19 marzo 2011

Convinzioni

Entra Nerone matricida,
il sangue sulla veste
la spada nella mano

Primo uccide Petronio,
uomo di fiducia,
compagno di laidità

Il ferro il cuore del maestro
veloce trapassa, e ne rimane
solo lo sguardo, la voce spezzata

Nè l'amicizia che a Seneca
lo legava, nè la fiducia Nerone
risparmia e non massacra

Ne rimane solo lo sguardo,
gli occhi sgomenti e traditi

Petrarca apre la porta,
vede la morte prendere
la madre, e impietrisce

Nè le speranze di bambino,
nè la felicità che gli apparteneva
la falce lascia sulla terra

Prende svelto la penna,
scrive in latino versi
che prima non scriveva

eppure, non le parole,
non le riflessioni e
gli anni in monastero

gli riportano la madre
gli cancellano il dolore
gli sanano il cuore

Gli uomini vivono attorniati
dalle illusioni,
e quando vi si affezionano,
le chiamano convinzioni

18 marzo 2011

Cows and jeans8



"Quanto può essere difficile badare dei bambini?”

Probabilmente tutti conoscono la frase “le ultime parole famose”. Ecco.
Non sapevo come definire la mia situazione.
Drammatica?
Fantascientifica?
Comico-parodica?
Farsa giullaresca?
Probabilmente avevo –e non è detto che non cel’abbia tuttora- un’ enorme freccia fluttuante, addobbata da luci intermittenti, accompagnata da una graziosa scritta a caratteri cubitali che invitava la sfortuna a ‘colpire qui’ sulla testa. Non c’era altra spiegazione.
Non so, forse ero una specie di disastro della natura. Ogni volta che mi illudevo che qualcosa potesse andare per il verso giusto ogni mia speranza si frantumava facendomi sprofondare nello sconforto.
Come ho già detto altre volte: la sorte era una bambina dispettosa e capricciosa aveva scelto me come bersaglio per i suoi tiri mancini. Quantomai astuti nonostante la giovane età. E credetemi se vi dico che in quel momento non esisteva paragone migliore.
Si era già fatto buio quando Abe parcheggiò l’auto nel capanno dietro casa. Mi guardò di sottecchi e scese.
Ero semplicemente stravolta, e la mia espressione diceva ‘lasciatemi in pace, mordo’. Ero allucinata, stanca e davvero tanto arrabbiata. Provata fisicamente –come non potevo esserlo dopo quella giornata?- e soprattutto psicologicamente.
Seguii Abraham in casa e, prima ancora che potessi ricordarmi della sua esistenza, Dean mi guardò e scoppiò a ridere sguaiatamente. Ridere di me. “E’ stato divertente, eh?”
“Chiudi quella fogna” sbottai, appendendo la giacca. Non so perchè me la fossi presa su quella mattina, nonostante fossimo in estate. Forse era nella mia natura seguire i consigli di mia madre solo quando lei non era nei paraggi, non poteva vedermi e non poteva scoprirlo. O forse ero solamente una stupida ragazzina che faceva le cose a caso.
“Hai resistito tutto il giorno, complimenti”
“Lasciami in pace”
Lui mi ignorò. O meglio ignorò le mie parole, perchè in realtà non aveva alcuna intenzione di ignorare me, come invece speravo. “Chi ti ha dato più filo da torcere? Robin? Johnny?”
Lady Cocca? Sir Biss? Il principe giovanni?
Che diavolo voleva da me!? Non ero dell’umore giusto per sentire le sue... fesserie!
Lo trucidai con lo sguardo, mentre entravo in bagno per lavarmi le mani, nella speranza di allontanarlo da me almeno qualche istante. Non avevo voglia di essere presa in giro, lo avevano fatto già abbastanza quei piccoli demoni.
Abe chiese se la cena fosse pronta e l’irritante biondino rispose di sì, un attimo prima di raggiungermi nella stanza con quel suo sorrisetto irrisorio in volto.
“Che vuoi?” sbottai dopo un po’ che mi osservava ridendo sotto i baffi.
“Hmn. Dalla tua espressione direi decisamente i gemelli”
“Lasciami in pace”
“No. Johnny. Oh, il cane!”
“Non hanno un cane” sbuffai sconsolata. Magari lo avessero avuto. Almeno ci sarebbe stato qualcuno di civile in quel posto.
“Giusto. Allora decisamente Johnny”
“Chiudi il becco”
Rise di me. Ancora. “Ti sei cacciata proprio in un bel guaio”
“Senti un po’, gongolare è la tua specialità, vero?” sibilai, mentre mi asciugavo le mani. Strofinai così violentemente la salvietta contro la pelle che quando la riposi avevo la mani tutte arrossate.
L’asicugamano cadde.
Mi morsi la lingua per non mettermi ad urlare.
Persino la biancheria della casa era contro di me, cavolo!
Dean rise mentre la raccoglievo.
“Che ti hanno combinato?”
Gli lanciai un’occhiataccia. “Niente”
“Rob ha di nuovo finto un malore?”
Battei un piede per terra. “FINISCILA!”
Mi precedette in cucina sghignazzando. “Bingo. E’ sempre geniale quel trucco”
“Non è geniale. È infantile.” Brontolai sedendomi a tavola.
Era stato terribile. Quei cinque non erano bambini, erano bestie indemoniate! Come Hayley –loro madre- se ne era andata avevano iniziato a correre ovunque e ad urlare, mettendo tutto a soqquadro sotto i maligni ordini del fratello maggiore, Johnny.
Avevo sopportato il disordine e il rumore assordante delle loro continue e immotivate grida per tutta la mattina, seguendo le istruzioni che la loro povera madre mi aveva lasciato prima di correre al lavoro.
Dopo pranzo avevano cercato di lanciarmi addosso un martello e qualche tonnellata di frutta che avevano trovato in giro per la casa e il giardino, ma questo posso accettarlo. Il momento peggiore, la situazione più angosciante che avessi vissuto in vita mia, si era manifestata intorno alle quattro, quando Robin era stramazzato al suolo. Le altre quattro canaglie si erano zittite e avevano iniziato a fissarmi, singhiozzando. Johnny mi aveva detto che suo fratello soffriva di cuore e a quel punto mi era preso un colpo.
Non ho mai preso lezioni di pronto soccorso, avevo solo un vago ricordo di un vecchio libro in cui un uomo si era sentito male e un’infermiera aveva prestato il primo soccorso mentre giungeva l’ambulanza. Tutto ciò però non bastava, non avevo la minima idea di cosa fare.
Le bambine si erano attaccate alle mie gambe e mi imploravano di aiutare loro fratello, Johnny correva in giro nel panico, mentre Thom piangeva.
Il maggiore dei fratelli mi disse che non avevano un telefono e quando mi ero accorta che il cellulare non prendeva nemmeno lì ero entrata in panico. Ero corsa fuori dalla casa gridando aiuto, senza sapere nemmeno dove andare. I bambini sembrava piangessero –bestiole dannatamente astute.
Avevo una gran voglia di piangere anche io, mi sentivo così inutile e impotente... una bambina immersa in una situazione più grande di lei e perdipiù privata di ogni possibile via di fuga. Di soccorso, in questo caso.
Non so come, ma dopo pochi minuti di interminabile attesa costellati di terrore, uno degli uomini che lavoravano lì intorno era corso da noi e gli avevo mostrato il bambino. Il quale, come da copione, si era rialzato, aveva salutato l’ospite e poi si era messo a ridere coi fratelli.
L’esperienza più terribile della mia vita, in assoluto. Non mi ero mai sentita così male, nè così stupida e presa in giro.
Non mangiai quasi niente a tavola. Dean continuava a ridere di me facendomi battutine di tanto in tanto, mentre Abraham si limitava ad uno scocciato silenzio.
Hayley, la madre di quei demòni, era stata così cordiale con me. Una donna squisita. Dolce e apprensiva. Ora capisco perchè mi avesse augurato buona fortuna. E ovviamente anche perchè Abraham mi avesse chiesto se fossi in grado di badar loro.
Avvisare le persone prima, no, eh?! Troppo facile lasciare in compagnia di quegli animali una povera innocente che non sospetta nulla!
“Sei un caso disperato. Riuscirai mai a farne una giusta?”
“Tu cos’avresti fatto?” sibilai, sfidandolo con lo sguardo mentre asciugavo il mio piatto, dopo cena.
“Non ci sarei cascato”
“Buon per te”
“E sai perchè? Perchè io li conosco.”
“E come diavolo pensi che potessi conoscerli, io?”
“Non potevi, principessa. Ecco perchè avresti dovuto evitare di prenderti quell’impegno. Hayley domani dovrà cercarsi una nuova baby sitter. Perchè non te ne stai dove non combini casini?”
Mi bloccai, fissando il nulla. Mi sentivo improvvisamente svuotata di tutto. “Mi stai dicendo che dovrei tornarmene in città?” Non riuscii a dire ‘a casa’. Dove abitavano i miei non era casa mia. Nemmeno quel posto era casa mia, però. Ero una minuscola adolescente dispersa nel mondo. Smarrita.
Lui diede un’alzata di spalle, completamente disinteressato. “Tu l’hai detto”.
Mi morsi il labbro inferiore.
Era stupido, ma mi sentivo ferita. Ferita dalle parole di uno stupido esaltato che si credeva Dio in terra.
In un attimo mi sentii pervadere dalla rabbia, di nuovo.
Che diritto aveva lui, un ragazzo che nemmeno conoscevo, di dirmi cosa dovevo fare? Che diritto aveva di rimproverarmi, darmi lezioni o cacciarmi dalla casa di mio nonno?
Non gliel’avrei data vinta, no. Non gli avrei dato alcuna soddisfazione, mai.
L’avevo presa sul personale, sì. Mi ero arrabbiata e quel che intendevo fare era fargli vedere di che pasta ero fatta.
Una combinaguai, una buona a nulla? Gli avrei fatto il culo a stelle strisce, gli avrei mostrato chi era la principessa. E di certo non ero io, poteva starne certo.
Pan Fletcher gli avrebbe dimostrato chi era.
Strinsi i denti e finii le mie faccende, senza più proferire parola.
Prima di annunciare che sarei andata a dormire, avevo già deciso cos’avrei fatto nei dettagli.
Senza rispondere alle sue provocazioni, senza dargli più alcuna soddisfazione, avrei dimostrato a lui, ad Abraham, a quei bambini indemoniati, ai miei genitori e a me stessa di che pasta ero fatta.

La mattina successiva mi alzai alle quattro e tre quarti, con una rinnovata forza di volontà. Nonostante l’ora fosse assurda, avevo puntato io la sveglia del telefono per il solo gusto di svegliarmi prima di Dean.
Mossa dalla voglia di rimboccarmi le maniche, mi vestii in fretta e andai in bagno a sistemarmi, mentre a casa tutti ancora dormivano –sole compreso.


Richiusi accuratamente la porta della mia stanza alle mie spalle per avere la soddisfazione di sentire il biondino bussare alla stanza vuota e cercare di svegliarmi, mentre ero già in piedi e avevo già iniziato le faccende domestiche. In realtà all’inizio avevo pensato di svegliarlo io, ma sarebbe stato più fine e soddisfaciente fare la mia vita senza sbandierare rozzamente che la guerra era ufficialmente aperta.
Sgattaiolai, il più silenziosa possibile, al pian terreno e mi diedi alla preparazione della più accurata colazione che quei due avessero mai visto da mooolto tempo a quella parte.
Dei miei nonni avevo solo qualche vago ricordo. Quando eravamo piccoli, a volte io, mamma, papà e Josh venivamo in campagna dal nonno per il weekend. La nonna preparava le frittelle e la pasta fatta in casa per pranzo. Per merenda ogni giorno avevamo una torta nuova. Era una brava cuoca. Come tutte le nonne, forse, ma lei era davvero eccezionale.
Mentre cercavo di imitare le sue frittelle sbirciando nei libri di ricette che Abe aveva accuratamente riposto sulla mensola sopra il tavolo da pranzo, ricordai tutti gli odori, i sapori di un’ infanzia felice. Era tutto così semplice quando c’era la nonna.
Era tutto così semplice quando non conoscevamo George, e c’erano solo papà e mamma.
Mi sentii cogliere da una piacevole malinconia, da un’ ondata di ricordi che erano stati sepolti dalle preoccupazioni e dalle ansie, dai continui litigi tra i miei genitori e con mio fratello. Dal costante tentativo –prima di una bambina, poi di una ragazza- di farsi apprezzare o quantomeno notare, mentre tutti avevano altro a cui pensare. Bei ricordi rimasti a lungo sepolti sotto solitudine e innumerevoli pagine di grossi tomi trovati un po’ ovunque.
Non so esattamente come riuscii a preparare qualcosa di soddisfaciente, non so nemmeno cosa mi spinse a seguire quella linea di pensiero mentre me ne occupavo.
Tendevo a cuocermi nel mio brodo, non mi rifugiavo mai nei ricordi passati. Non avevo mai pensato che immergermi in una vasca di momenti sfuocati, vissuti quando ero così piccola da far sembrare la stessa cucina in cui stavo armeggiano un immenso laboratorio in cui una grande e morbida nonna dai capelli di zucchero filato preparava le migliori delizie che si potessero assaggiare, potessero farmi tornare il sorriso dopo una nottataccia di sogni agitati e due giorni di insofferenza generale nei miei confronti.
Però così fu.
Era strano rivivere quei momenti che credevo di aver dimenticato.
Mentre apparecchiavo e servivo la colazione –nonostante tutti ancora dormissero- avevo la testa fra le nuvole. Ero completamente assente. La mia mente viaggiava a destra e a sinistra, non ricordo esattamente nemmeno dove passò e dove la venuta del nonno interruppe i miei vaneggiamenti.
So solo che quando Dean entrò in cucina mi salutò con un’ occhiataccia frustrata, che mi riempì di una nuova e risanante soddisfazione. In quel momento rinnovai la promessa che avevo fatto a me stessa: avrei dimostrato a quel tipo, a mio nonno, ai miei genitori e a me stessa chi ero veramente. Non una bambina, non la principessa degli gnomi, non la nipote cacciata di casa dai genitori, non una sfaccendata, non un vecchio libro reso fragile dal tempo e dalle interperie. Ero Pan Fletcher, e la mia operazione di restauro era appena iniziata.

Anche quella mattina Abraham mi caricò sull’auto per portarmi a casa di Hayley. Come c’era da aspettarsi, nonostante Dean avesse detto che la donna avrebbe dovuto cercare una nuova baby sitter, io avevo deciso di riprovare. No, non di riprovare, di riuscirci. Come tutti i bambini, anche quelle canaglie dovevano avere un punto debole, no? Per le mutante di Merlino, persino Fufi si addormentava con un po’ di musica! Potevano essere peggio di un cane gigante a tre teste, quei piccoli... esseri?
Mentre osservavo rapita le minuscole sagome dei bovini al pascolo, attraverso il finestrino, Abraham tossicchiò per attirare la mia attenzione. “Ti sei alzata presto, oggi”.
Sorrisi per mostrare che avevo sentito e per puro dovere morale. Dopodichè non potei evitare di rivolgergli un’ occhiata indagatrice di sottecchi. Magari era scortese da parte mia, ma non riuscivo a non chiedermi se stesse per rimproverarmi qualcosa. “Ho fatto rumore? Mi dispiace, se ti ho svegliato” misi le mani avanti.
“No, ...no”.borbottò, scuotendo leggermente il capo. Continuava a fissare la strada, senza rivolgermi uno straccio di sguardo. La cosa da un lato mi irritava, dall’altro mi incuriosiva.
Si schiarì nuovamente la voce, piano. “Solo, mi chiedevo...”.
Mi voltai appena per osservarlo meglio. Era forse la prima volta che di sua spontanea volontà intavolava un discorso, seppure a fatica. Era anche la prima volta che lo sentivo tossicchiare a quel modo.
Era sotto l’effetto di una strana pozione, o di una maledizione imperium?
(Quanto mi sarei decisa a smettere con questi bizzarri paragoni?)
O forse la mia speranza di instaurare un rapporto civile con il mio parente più vicino stava solo per essere nuovamente smontata?
Qualcosa dentro di me strinse i pugni e chiuse gli occhi, pronto al colpo che stava molto probabilmente per giungere. Da fuori, rimaneva la solita Pan, un po’ stupida, un po’ malinconica, un po’ acida.
“Sei piuttosto indipendente” osservò, continuando a tenere gli occhi fissi sulla strada.
Sì, in effetti era anche normale che lo facesse. Ma non avevo mai visto nessuno prestare così poca attenzione alla persona con cui stava discorrendo e così tanta alle regole stradali. Era un pensiero vagamente ridicolo, in effetti. Ma la vita in città molto spesso era assurda. Ai miei occhi sempre. A quelli degli altri io lo ero.
Lanciai un’ occhiata di fronte a noi. Il paese era vicino, la casa di Hayley anche di più. Ormai eravamo arrivati, la nostra conversazione stava per finire. Non sapevo se sperare di sentire come sarebbe continuata o che si interrompesse così da evitare anche la più piccola delusione.
Sospirai, capendo che sarei dovuta essere io a non porre fine al nostro breve scambio di battute. In altre parole: Abe sembrava non aver intenzione di dire altro.
“Non che sia mai stata troppo dipendente da altri. Mi ci vuole solo un po’ di tempo per regolarmi l’esistenza nelle nuove situazioni” replicai, una vena di amarezza nella voce. Avrei voluto fosse scontato, avrei voluto allo stesso tempo che ‘un po’ di tempo’ fosse già interamente passato.
Ora, a distanza di anni, sono consapevole del fatto che fosse esagerato aspettarsi che in soli due giorni mi fossi completamente ambientata. Ma, cercate di capirmi, non me ne andava una giusta. Allora non vedevo l’ora che la fase delle difficoltà lasciasse il posto a quella in cui si poteva vivere senza trattenere le lacrime in continuazione, senza la costante paura che nemmeno quello fosse il posto adatto a me.
Abraham si schiarì nuovamente la voce. Mi preparai al colpo. Non gli rimaneva che premere il grilletto, ormai, ne ero certa.
Click.
“Nel capanno degli attrezzi c’è ancora la vecchia motoretta di tuo padre”.
Sbang.
“Oh”. Mi costrinsi ad annuire, puntando gli occhi leggermente sgranati sulla maniglia scassata del bauletto portaoggetti.
Non sapevo cosa pensare. Dovevo prenderla come un informazione positiva o negativa? Dovevo sentirmi delusa, arrabbiata, contenta, speranzosa?
Il problema fondamentale era uno: che diavolo era una motoretta?
Nella mia mente prese forma l’immagine di una sottospecie di trattore in miniatura, con me stessa alla guida. Poi mi chiesi se quello del nonno non fosse dolo un invito ad intraprendere qualche altra faccenda domestica, e la piccola Pan nella mia fantasia cadde dal mezzo fin dentro un secchio. Poi senza nemmeno uscirne iniziava a strofinare la carrozzeria rossa ormai arrugginita con uno straccio e un’ espressione confusa.
Aggrottai le sopracciglia, frustrata. Mi vergognavo a chiedere al nonno di cosa si trattasse. Temevo mi prendesse per stupida. Allo stesso tempo, però, ero certa che già mi ritenesse una stupida e del fatto che non reagire in alcun modo alla sua affermazione non potesse che confermare la sua tesi. Che era poi anche la mia, intendiamoci.
Mi lanciò una rapida occhiata di sottecchi, probabilmente per scorgere la mia reazione. “Stasera te la faccio vedere”.
“Ottima idea” commentai, annuendo sollevata. Forse sarei riuscita a capire di cosa si trattasse, o magari avrei scoperto nel frattempo cosa il nonno intendesse per 'motoretta'.

27 febbraio 2011

Cecenia

Cecenia, 2006

Ci hanno bombardato. Sono arrivati gli aerei russi e ci hanno bombardato.
E' stato un attimo ed è stato fatale. Abbiamo sentito un fischi e subito dopo le bombe hanno distrutto le nostre case, ucciso donne e bambini.
Sono davanti a casa mia.
Ho cercato fra le macerie, ho trovato mio fratello.
Sto urlando. Urlo e rivoglio mio fratello. Tutti questi sfollati, e questi cadaveri, li ucciderei più di mille volte per riavere qui il mio parente più caro.
Piango. Piango perchè quando stavo male, mi confidavo con lui. Ora lo tengo in braccio, gli stringo la mano fredda e le vesti lacere. Le mie lacrime gli bagnano la barba.
E' stato tutto così breve. Ogni secondo passato con lui è stato breve.
Vorrei dirgli che è l'orgoglio di mia madre e di mio padre. Vorrei dirgli che l'ammiro, e che spero, un giorno, di poter avere una vita come la sua, vissuta a testa alta.
Ma ormai mio fratello è morto, il suo corpo è un contenitore vuoto che non voglio lasciare. Continuo a stringerti, fratello mio, e ti maledico. Ti maledico perchè eri qui, oggi, e ormai non sei più.
Prego.
Prego che Dio mi riporti la tua anima.
Prego che mi mandi sciami di vespe a pungermi e uccidermi, per sapere che un uomo come te, un eroe di tutti i giorni, vive.
Nella mia mente però, nonostante la tua immutata morte, mi assalgono comunque orde di insetti.
Provengono da ovunque, scolopendre e tarantole che mi mordono, e mi pungono, ma non uno dei loro denti, o dei loro morsi, mi riporta i sogni che avevi nel cuore.
Nessuno di loro mi riporta la tua voglia di vivere, di tendere la mano.
Di tutti questi corpi senza vita, solo una vita, e una morte, occupano la mia mente.
Fratello mio, smetto di pregare.
Come può un Dio permettere tutto questo scempio?
Cosa abbiamo fatto noi per meritarci questo?
Se Dio è nostro padre, come può permettere che uno sei suoi figli ne uccida un altro, sotto i suoi occhi?
Se Dio è ovunque, è anche nelle bombe, che sono esplose, oggi, in queste macerie, nella tua morte?
Le tarantole mi mordono la schiena, più forte. Più forte. Più forte.
Non ho più lacrime.
Gli aerei e la guerra hanno stroncato la tua bella gioventù.
Ricordi quando, da bambini correvamo nei campi, col sole e colla pioggia? Ricordi? E guardavamo i lampi dalla finestra, ed eravamo divertiti da tutto quel rumore? Ora i tuoni che sentiamo sono le mitragliatrici e gli scoppi.
Ho paura, fratello mio.
Ascolto le tue labbra chiuse, e non riesco a consolarmi.
I miei occhi non incrocieranno i tuoi, correndo fra i prati, stupendomi per le bellezze della natura, o al mio matrimonio, quando avrò dei figli....
E' stato breve il tuo viaggio.
Tante le cose che non hai visto, tanti i lampi che ci sono passati vicino e non abbiamo visto, nè sentito. Tante le cose che non ti ho detto, e vorrei uccidermi per questo, ma anche il mio treno è quasi arrivato al capolinea. Le urla delle genti si trasformano in canto, in coro celestiale. Mi hanno sparato, Karim.
Fra poco ci rincontreremo, in un aldilà o in un altro.
Mi accascerò a te, come un tulipano sbattuto da una raffica troppo forte, su un papavero calpestato da un bimbo.
Un orizzonte rosso tramonta con noi.
E vengono le stelle.

13 febbraio 2011

Cows and jeans 7

Non che mi aspettassi chissà che, ma uno comunque ci prova sempre a sperar bene. E invece anche quella volta Sperdutolandia mi aveva sorpresa. Se l’avesse fatto in bene o in male non mi presi la briga di chiedermelo.
Il paese era piccolo, un agglomerato di una ventina di abitazioni abbinate alle varie attività a conduzione familiare, più una chiesa. Nella piazzetta di fronte a questa, Abe parcheggiò il suo vecchio catorcio arrugginito. Scese e si incamminò, senza nemmeno preoccuparsi di chiudere la serratura.
Rimasi nuovamente basita alla vista della fiducia che quell’uomo aveva nei confronti della gente del luogo. Ricordavo che Kameron mi aveva assicurato che ci avrei fatto l’abitudine, ma mi veniva comunque la pelle d’oca alla vista di tanta sconsideratezza . Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio, no?
“Di qua” bofonchiò Abraham incamminandosi attraverso la piazza fino a quello che sembrava un vecchio saloon del far west, con la sola differenza che per entrare si doveva passare attraverso ad una banalissima porta di acciaio e vetro.
Aspettò che lo raggiungessi e mi precedette all’interno.
“Evviva la cavalleria, insomma” borbottai, prima di seguirlo dentro. Ero un po’ intimorita da quel luogo. Mi premurai di fissare con apprensione la porta, richiudendola delicatamente come se temessi potesse rompersi, mentre nella mia mente temevo di trovarmi un branco di uomini barbuti armati di pistole e forniti dei loro fedeli Stetson.
“Vieni” borbottò burbero Abraham, mentre salutava qualcuno e si avvicinava al bancone.
Preso un respiro profondo trotterellai al suo fianco, scoprendo con un’ ondata di sollievo che non c’erano cow boy e indiani lì dentro.
Il locale era un vero e proprio saloon, forse risaliva addirittura al far west, non me ne sarei stupita. Le uniche evidenti modifiche apportate nel tempo erano la grossa televisione sistemata su un ripiano massiccio e un telefono nascosto dietro un pannello di legno che separava la sala da quello che doveva essere il corridoio che portava alle toilette.
Un attimo. Un attimo, un attimo. Quello era davvero un telefono?
Mi sembrava un miraggio.
Ecco probabilmente ciò che sembravo in quel momento: un’assetata in mezzo al deserto di fronte ad una piscina di acqua potabile fresca e cristallina.
Sentii Abraham tossicchiare per attirare la mia attenzione, e subito dopo chiamare qualcuno a voce piuttosto alta. “Ginger!”
Cercai di ricompormi, ma inevitabilmente il mio sguardo tendeva a raggiungere di propria volontà l’apparecchio telefonico. Mi sentii una vera e propria idiota. Avevo sempre criticato quel tipo di ragazze drogate dal telefono, che messaggiano in continuazione e sentono la necessità di un cellulare più dell’ossigeno. Ed ora, per colpa di quel coso mi persi l’entrata in scena della persona che mio nonno aveva chiamato. Come da copione, mi voltai e trovandomi davanti una donna sobbalzai, terrorizzata.
Abraham sbuffò lanciandomi un’occhiata di rimprovero, mentre quella rideva. “Scusi” borbottai timidamente, nel più completo imbarazzo. Non era così brutta, insomma. Anzi, non era brutta proprio per niente. Mi ero spaventata per colpa della distrazione. Dean avrebbe sicuramente avanzato un bel po’ di commentini acidi da donna mestruata per l’occasione, ma avevo la fortuna che fosse a casa a sgobbare nell’orto, quindi decisi che potevo anche eliminare quella coltre di imbarazzo che mi stava annebbiando la mente.
Abbozzai un sorriso di scuse e aspettai che mio nonno dicesse qualcosa, mentre osservavo la donna. Era alta, i capelli color carota e un largo e dolce sorriso materno. Mi venne l’impulso di sorridere timidamente.
“Lei cerca un lavoro. Trovagliene uno” ordinò mio nonno, facendomi sgranare gli occhi per l’incredulità.
Mi voltai a guardarlo a bocca aperta, stupita da tanta maleducazione. “Per favore!” lo corressi, sdegnata. Non potevo credere che lui e i suoi modi da eremita potessero arrivare a tanto. Ma stava scherzando? Potevo capire che potesse trattare in quel modo me che ero sua nipote e dipendevo da lui, anche se mi sarebbe stato difficile da accettare un simile comportamento; ma con che coraggio si permetteva di parlare a quel modo ad una donna adulta?
Il vecchio ignorò le mie parole e andò a sedersi ad un tavolo con gruppo di altri uomini che lo salutarono.
Mi lanciò un’ occhiata senza un particolare significato e nascose poi il volto dietro ad un quotidiano.
La donna scoppiò a ridere, spensierata.
“Non preoccuparti, ci sono abituata. Tu devi essere la giovane Pan!” mi allungò una mano. “Io sono Ginger, lavoro qui con mio marito. Se hai bisogno di qualcosa, mi trovi sempre qua”.
“Piacere di conoscerla” le sorrisi timidamente, stringendole la mano.
Era abituata ad un simile trattamento? Come diavolo faceva ad accettarlo?!
“Non darmi del lei, mi fai sentire vecchia” ridacchiò. Lanciai una nuova occhiata truce a mio nonno, facendo ridere ancora la rossa. “Ti ci abituerai anche tu, vedrai.” la guardai, senza capire. “Ai modi di fare di quel vecchio brontolone” spiegò sorridendo come se provasse affetto nei suoi confronti. “ha un cuore d’oro, sotto sotto”.
“Lo spero” sospirai, sorridendole amichevolmente.
Mi stupii di esserci riuscita, in fondo il mio umore stava sprofondando per poi risalire di qualche gradino in continuazione: non pensavo di essere in grado di mascherare tutti questi alti e bassi dietro un sorriso. Anche se in fondo per me la cosa difficile non era tanto nascondere i sentimenti, quanto mostrarli.
Volevo crederci. Volevo sperare in un futuro di serenità per me in quel posto, con accanto una parte della mia famiglia. Volevo pensare che magari un giorno avrei potuto considerare mio nonno la mia famiglia, quella di cui sentivo il bisogno e che durante la mia adolescenza e la mia infanzia non mi aveva fornito esattamente il clima ideale per crescere come una persona sana di mente. Ma probabilmente non sarei cresciuta così nemmeno vivendo con Babbo Natale. A maggior ragione, in effetti.
“Abe dice che cerchi un lavoro, giusto? Vado a prendere la bacheca là fuori, così ci diamo un’ occhiata, che ne dici?”
La ringraziai e questa attraversò la sala per poi uscire dal locale. La guardai armeggiare con qualcosa appeso al muro accanto alla porta senza realmente vederla.
Sapeva il mio nome.
Questo pensiero attraversò la mia mente come un razzo, senza un motivo apparentemente preciso. Ma mi ricoprì nuovamente di dubbi. Come poteva quella donna che non avevo mai visto conoscere il mio nome se mio nonno sembrava non conoscerlo fino alla sera prima? Com’era possibile che le donne alla fermata del treno, l’uomo sul trattore, Agatha e Kameron sapessero del mio arrivo se non era stato Abraham a parlarne? Poteva essere stato Dean, in effetti. Ma doveva averlo pur sempre saputo da mio nonno.
Gli lanciai un’occhiata divertita e sorrisi tra me.
Per qualche strano motivo il giorno prima aveva solo finto di non sapere come mi chiamassi. Mi aveva ferito tremendamente quel gesto incomprensibile, ma sapere che era stato frutto di una finzione mi rincuorò terribilmente. Forse aveva finto anche quando aveva detto di non riconoscermi, questo però avrei potuto accettarlo grazie alla mia prima nuova certezza.
Ginger rientrò raggiante nel locale, reggendo tra le braccia un grosso pannello di legno spesso giusto un paio di centimetri. Feci per andare ad aiutarla, ma mi fermò con un sorriso.
Come si può fermare con un sorriso? Con un sorriso dolce, per di più? Non ne ho la minima idea. Ma per qualche motivo, il suo sorriso era in grado di rispecchiare esattamente ciò che voleva comunicarti, e non c’era possibilità di interpretarlo male.
Posò la bacheca sul bancone del bar, poi sospirò e si mise le mani sui fianchi. Si girò per sorridermi. “Sei venuta proprio nel periodo giusto, c’è tanto lavoro da fare qui in estate!”
Yuppie.
Alla mia pigrizia in quel momento venne un colpo, ne ero certa.
Cominciò a spulciare i vari foglietti colorati, scritti a mano con grafie differenti e più o meno frettolose. “Uh. Vediamo un po’... hai qualche esigenza particolare?”
Volevo stare il più lontano possibile dalle pecore in effetti. “No, niente di particolare.”
Lei annuì, continuando a sorridere. Non era un sorriso forzato, non ti passava nemmeno per la testa a vederlo. La sua genuinità era evidente quanto la chioma di boccolosi capelli color carota.
Molly Weasley!
Pan, seriamente, inizi ad essere un caso preoccupante.
“Ok, ho trovato. Che ne dici di questo?” Mi porse un A4 spiegazzato su cui era scritto a caratteri grandi, in rosso ‘Cerco disperatamente una baby sitter. Hayley’ .
Ero sorpresa nel non trovarvi alcun recapito telefonico, nè un cognome o un indirizzo. Ma evidentemente facevo male. Immaginai che non ci poteva essere tanta gente con quel nome in paese e nei dintorni, o comunque un omonimo non avrebbe avuto gli stessi bisogni.

Che stupida, come avevo fatto a non pensarci subito. 
Vita di paese. Tutti sanno tutto di tutti. Una tuttosità unica. Evviva. 
“Che te ne pare?”
“Si può fare” accettai, abbozzando un sorriso. Quanto poteva essere dura badare dei bambini? “Quanti anni hanno?”
“Dai il più piccolo cinque, il più grande tredici” mi sorrise. 
“Ottimo, non penso ci saranno problemi” commentai, un po’ incerta. Non avevo mai lavorato, però sapevo come badare dei bambini. Emily era piena di fratellini –ne aveva due- e esattamente la stessa età. Ogni domenica i suoi genitori andavano a giocare a golf, e Lily rimaneva a casa con loro. Non me lo facevo mai ripetere due volte quando mi invitava a darle una mano con loro –ovvero sempre. Mi piacevano i bambini. Erano il contrario di tutto ciò che odiavo negli adulti. Falsità, pignoleria (?), saccenza, egoismo. Ok, potevano essere capricciosi, ma i capricci di un bambino erano gestibili, quelli di un adulto ti fanno solo venire voglia di prenderlo a schiaffi e mandarlo all’asilo. Ironia della sorte. 
“Perfetto. Abe, abbiamo trovato un lavoro a tua nipote!” proclamò ad alta voce, voltandosi a sorridere al nonno.
Lui abbassò il giornale e lanciò ad entrambe un’ occhiata truce. “Deve usare il telefono” borbottò, per poi tornare a nascondersi dietro la carta stampata.
Non me ne ero dimenticata. No, sul serio non me ne ero dimenticata. Perchè avrei... Oh! Sì, me ne ero dimenticata, va bene? Mi era già passato di mente di dover telefonare a casa, nonostante ci avessi pensato meno di cinque minuti prima. Questa in fondo era la prova che non ero una telefono dipendente, no?
“Oh, giusto. Posso?” domandai, indicando col un cenno del capo l’apparecchio telefonico. 
“Certo, tesoro, è lì apposta”.
Oddio. Nemmeno mia madre mi chiamava tesoro.
Non che mi desse fastidio, semplicemente mi pareva strano sentirmi chiamare in quel modo da una persona appena conosciuta. 
Mi avvicinai al telefono e, sospirando di sollievo vedendo che c’erano i tasti e non la rotella, digitai le prime cifre che mi vennero in mente.
“Pronto?”
“Pensavi di esserti liberata di me? E invece no!” dissi, divertita.
“Pan!”
“Ciao, Lily” sorrisi, come una stupida al vuoto, mentre un sospiro di sollievo e una raffica di domande mi tenevano occupate le orecchie. Le tenevano occupate solo passivamente, intendiamoci. In realtà avevo solo udito la voce della mia migliore amica accostare parole l’una all’altra, ma non avevo ascoltato un’ h, come certamente lei sapeva. Infatti ad un tratto respirò a fondo e rise di sè. “Com’è stato il viaggio?” scelse di chiedermi, poi.
“Non male. Se non fosse che il treno si è fermato in mezzo al nulla”
“Un guasto?”
“No, fermata d’arrivo” sospirai, piano, sperando che nessuno mi sentisse. Ero certa che potesse sembrare scortese da parte mia insultare quel luogo, ma non potevo non dire a Emily dove mi avevano spedita.
“Oh” se ne uscì, per poi rimanere in silenzio.
Toccava a me, dovevo raccontarle. Tossicchiai e mi guardai attorno, timorosa che qualcuno sentisse i miei commenti e potesse offendersi. “Hai presente Heidi?”
“Sì... perchè?”
“Non è tanto differente. Mancano solo le montagne.” Mi guardai attorno, vergognandomi di quello che stavo per dire. “è pieno di pecore, qui, Lily!” squittii con una punta di supplica nella voce. Sembrava stessi implorando che mi portasse via da lì. Cosa che probabilmente non mi sarebbe dispiaciuta particolarmente, se non fosse che dopo tutti i buoni propositi di qualche ora prima avrei ferito gravemente il mio orgoglio scappando.
La sentii ridere. “E tuo nonno?”
In tutta risposta gemetti, facendola ridere di nuovo.
“Te lo dico un’altra volta, ora come ora direi delle brutture” ammisi, vagamente divertita. Era imbarazzante quella situazione. Temevo che qualcuno potesse sentirmi.
“Vedrai che imparerai a conoscerlo presto. Sei una persona socievole in fondo.”
Risi di cuore. “Già talmente in fondo che il mio pancreas sta ancora scavando in miniera per cercare il mio lato amichevole!”
Sentii la sua solita risata cristallina e mi venne da sorridere. La mia Emily. Come avrei fatto senza di lei?Senza il suo sostegno? Non ero una persona sdolcinata, ma era l’unica persona che non aveva mai tradito la mia fiducia e nemmeno le mie aspettative. Con questo non voglio dire che fosse perfetta o prevedibile, ma era in grado di dire e fare sempre la cosa giusta.
“Cosa hai intenzione di fare, ora?”
Sospirai, pensandoci su. “Sto cercando un lavoro.”
“Tu?” commentò, incredula.
Ridemmo di nuovo. “Spiritosa! Ovviamente non di mia volontà, comunque”
“Ci avrei scommesso! Senti Pan, ho paura a chiedertelo, ma...”
“Cosa?” sgranai gli occhi.
“Hai già chiamato i tuoi?”
Rimasi in silenzio per un po’. In effetti... “No.”
“Pan!”
“Mi ci hanno spedito loro qua!” sussurrai, stizzita nei loro confronti. 
“Sono i tuoi genitori!”
“Possono chiamare loro.” Replicai, acida, omettendo di proposito il fatto che a casa di Abraham non c’era un telefono.
“Pan...”
“Ah-ah” la interruppi. “Niente prediche. Mi mancano solo quelle per crollare e il manuale mi impedisce di crollare, lo sai.”
“Manuale made in Pan Fletcher!” esclamò divertita e sconsolata. “Quel coso ti distruggerà prima o poi. Come stai messa a crisi?
Tossicchiai, in imbarazzo. “No, ancora nessuna crisi. Non mi distruggerà proprio per niente. Devo tenermi su in qualche modo, Lily. Quella è l’unica soluzione per non sprofondare. Anche se poi periodicamente sto di merda”.
A questo mio inadeguato sproloquio, seguì un silenzio denso di sottintesi, che mi parve non comprendere solo il telefono ma anche il locale che mi circondava. Ci misi qualche istante per capire il perchè di questa reazione generale e quando feci due più due, analizzando ciò che avevo appena detto trasalii e arrossii violentemente. “Oddio! Sembrano i discorsi di una drogata!” pigolai a mezza voce. Desideravo con tutta me stessa sotterrarmi in quel momento. Sul serio, avrei voluto che il pavimento di legno si aprisse e mi inghiottisse. 
Ovviamente mai una volta che i miei desideri si avverassero!
Emily scoppiò a ridere, mentre il saloon si ripopolava di voci e rumori di routine. Sospirai, sconsolata. Ma a che livelli poteva arrivare la mia stupidità? Lo domandai a quella dolce decerebrata che continuava a ridere come una pazza, causando un’ ulteriore ondata di più travolgenti risa da parte sua.
Sospirai. In effetti la scena doveva essere stata piuttosto divertente. No, mi correggo: ironica. Comica addirittura. Ma divertente proprio no. Quanto poteva farmi divertire il pensiero che la gente di un paesino sperduto in cui ero appena arrivata, dove tutti apparentemente sapevano da dove venissi ma non perchè fossi stata spedita lì, mi credesse una tossicodipendente? 
Mi vennero i brividi al solo pensiero. 
La sorte si credeva una gran burlona, evidentemente. Ma scherzava in modo troppo pesante per i miei gusti.
“Hai finito?” bofonchiai, fingendomi offesa. “Da ora non lascerò mai più un soggetto sottinteso se questo dev’essere il risultato” assicurai, sia a lei che a me stessa. 
Ma come diavolo si poteva rischiare di giocarsi la possibilità di una vita tranquilla in un modo così stupido! Evidentemente avevo un talento innato.
Talento che avrei volentieri ceduto a chiunque altro, anche pagando pur di sbarazzarmene.
“Sai, la storia delle regole dev’essere una qualità di famiglia” la informai, cercando di bloccare le sue risate e attirare la sua attenzione. “Anche il nonno organizza la vita in base ad una caterva di regole. Oh, la sai l’ultima?” abbassai la voce per evitare che qualcuno potesse sentirmi. “Non abbiamo un telefono, nè un phon, non posso fare la doccia calda, devo svegliarmi alle cinque e se trasgredisco devo saltare un pasto.” Sussurrai con tanta di quell’ironia che sembrava stessi scherzando. Purtroppo però non era così.
Emily ridacchiò. “Mi prendi in giro”
“Magari”
“Oh. Quindi da dove mi stai chiamando?”
“Il saloon”
“oh.”
“Già”
“Wait a moment” realizzò qualche istante dopo. “c’è gente nel bar?”
Sospirai. Stava per ricominciare. “Sì”
Tossì una risata ma si sforzò di trattenersi, prima di pormi un’altra domanda. “Quindi tu hai fatto quello sproloquio da ‘sono una tossica, ma devo tenermi su e il fine giustifica i mezzi’ in un luogo pubblico? ”
“Stai girando il coltello nella piaga” il che equivaleva ad un sì.
“Stavi per mandare in fumo la tua reputazione” sottolineò prima di scoppiare a ridere sguaiatamente. 
Se fossi stata lì con lei le avrei lanciato qualcosa. Non lo dico per dire, lo avrei fatto seriamente. Che fosse un cuscino, una ciabatta o un pacco di fazzoletti. A volte si era beccata addosso il –solo- contenuto del mio bicchiere, qualunque liquido fosse. Era un modo per sfogare la rabbia, visto che non era d’accordo che mi tenessi tutto dentro. Un po’ anche una ripicca per la sua avversione nei confronti del mio Manuale di Sopravvivenza. Tuttavia non mi aveva e non mi avrebbe mai obbligata a far qualcosa contro la mia volontà. Ad eccezione dello studio, ma per quello dovevo solo ringraziarla. Se non fosse stato per lei avrei rifrequentato la stessa classe come minimo per gli ultimi tre interi anni, nei quali la mia esigua voglia di studiare era proprio colata a picco fino ad estinguersi completamente. Forse per via dei continui e più violenti litigi con i miei genitori e Joshua o forse per la decisione di mia madre di sposare George, avevo perso ogni minimo interesse per portare a casa buoni voti. A nessuno importava sentire il mio parere, perchè avrei dovuto far saper loro il parere che i professori avevano della mia preparazione? Per cui non mi limitai a smettere di comunicare i voti, ma se non ci fosse stata Emily avrei definitivamente smesso di studiare e mi sarei chiusa nel mio mondo carta, inchiostro e note musicali senza lasciare che nessuno venisse ad interferire con me. 
Ci sono delle persone che accusano persone con comportamenti simili di non vivere. A volte mi era stato fatto notare, in modi più o meno delicati, ma a me il problema non era mai passato per la testa. La vita passata a stretto contatto con l’arte non è buttata via, è sicuramente intensa. Emozioni differente, ma sempre emozioni sono. 
Ancora una volta mi ritrovavo a dover ringraziare la mi migliore amica, altrimenti la mia tendenza all’ asocialità e all’autoconvincimento mi avrebbe portato ad un totale isolamento e all’eliminazione di qualunque possibilità di farmi una vita vera. Insomma, tuttora continuo a credere che la vita vissuta a contatto con l’arte non sia sprecata, anzi. Tuttavia l’arte bisogna farla e non accoglierla. Mi spiego: non basta leggere un milione di libri per dire di vivere davvero. Se li avessi scritti, anzichè leggerli, tuttavia, avrei potuto sostenerlo con almeno una parte di ragione.
Questione di punti di vista.
Continuo tuttavia a pensare che se non fosse stato per Lily, la mia vita si sarebbe presto ridotta a un passivo guardare –senza vedere- e un udire –senza ascoltare.
 
Meno di un’ora dopo ero nell’auto di Abe che stava parcheggiando nel giardino di una delle case più vicine al paese. Si voltò a guardarmi, severo. “Sicura di saperlo fare?”
Grazie per l’appoggio. No sul serio, se continui così diventerò vanitosa.
“Abbastanza. Quanto può essere difficile badare dei bambini?”