28 marzo 2011

Viento.

Sobre tus alas volan las hojas,
bailan y juegan por el aire.
Sin aviso te encallas y las abandonas.
Conduces los sonidos como veleros
en un oceano de sentimientos.
Si te arrestas, no existen mùsica o ruido.
Gritas tu poderoso canto en las noches oscuras,
asustas los niños que no puedon dormir.
Pero no te importa: eres grande y soberbio,
curvas los arboles suspirando.
Tampoco el peor de los cìnicos
puede permanecer en su escepticismo
enfrente de tu
magnificencia.


Sulle tue ali volan le voglie,
ballano e giocano per l'aria.
Senza preavviso ti incagli e le abbandoni.
Conduci i suoni come velieri
in un oceano di sentimenti.
Se ti fermi, non esistono musica o rumore.
Gridi il tuo potente canto nelle notti scure,
spaventi i bambini che non riescono a dormire.
Ma non ti importa: sei grande e superbo,
pieghi gli alberi sospirando.
Nemmeno il peggiore dei cinici
può rimanere nel suo scetticismo
davanti alla tua
magnificenza.


Yvaine (probabilmente la prima ed ultima!)

27 marzo 2011

Ritrovate 4 terzine di Dante relative al canto 34esim




I filologi hanno accertato, poche settimane fa, l'autenticità e la collocazione delle quattro terzine perdute: si tratterebbe della descrizione dettagliata della pena di Lucifero, nel 34° canto dell'inferno dantesco.
L'angelo caduto sembrerebbe condannato, oltre alla prigionia nel Lago ghiacciato Cocito, a subire le spiegazioni continue di una certa insegnante di italiano.
La lettura non stop delle poesie (probabilmente del Petrarca, l'autore di ''Alla Vergine'') causerebbero un senso di mancamento tale a Dante da farlo voltare ''verso la sua spalla'', cioè a girarsi in segno di sofferenza.
E' strano pensare alla commiserazione del principe delle tenebre da parte del Sommo poeta; si direbbe, però, che il fiorentino volesse sottolineare la pesantezza e l'insostenibilità del 'supplizio massimo' riservato all'imperatore delle tenebre e ai tre traditori che conteneva nelle sue fauci.
Ecco le terzine ritrovate


'l supplizio massimo lui lacera,
così quand'io lo vidi, lagrimai
pella pena che uomo macera.

In angolo scuro Strocchi notai
e si dibattea per fuggir dalla
lezion Lucifer, come capirai


Incessante Franca leggeva ''Alla
Vergine'' e poi altre canzoni
sicchè volsi 'l viso sulla mia spalla

E Lùcifer: ''Tu che sfingi e monsoni
non vedesti, nimica di viaggi,
odi e senti: c'hai rotto i coglioni!!''



Dedicato a Franca S., la mia insegnante di italiano

26 marzo 2011

Antigone al liceo, capitolo quinto

Vorrete scusarmi se comincio una serie di racconti partendo dal quinto capitolo.
Frequento un corso di scrittura creativa organizzato dal Liceo, dal professor Antolini e dal Gianfranco Lauretano, anche vicedirettore della rivista ClanDestino.
Per incitare gli studenti a scrivere, Lauretano ci ha proposto due trame di romanzi da sviluppare, e quella che ho scelto io era l' 'Antigone al Liceo'. In pratica abbiamo cercato di contemporaneizzare la tragedia greca di Sofocle, immaginandoci la trama e le varie scene.
La vicenda parla, in breve, di un'amica di Antigone muore in un incidente d'auto, e il liceo è in tumulto per questa sua scomparsa.
Si sa però che la ragazza ha lasciato un diario in una certa aula, ma il preside ha deciso di vietare l'accesso per calmare quest'apprensione. Per il resto tutto se la si gioca sulla morale dell'Antigone: le leggi degli Dei (parafrasando, le leggi del cuore) sono più alte delle leggi degli uomini.
La trama è molto spoglia, me ne rendo conto, ma è la trama che ci si aspetta da un corso di scrittura creativa.
Non vi anticipo nient'altro :)
Buona lettura, grazie per l'attenzione :)



Occhi fissi sulla scrivania, una mano sulla tempia.
Il Preside così si interrogava sulla moralità delle sue azioni. Una vita spesa al servizio dell'istruzione, dei giovani che bene lo ricompensavano abbondantemente nei voti e, nei limiti, nell'affetto (il lettore ben capirà che tipo di rapporto si può avere con un Preside).
Così quella che era la pietra miliare di tutto un liceo, un punto di riferimento, si accigliava, rimuginava, indagava se stesso: non sapeva più a chi chiedere consiglio circa una questione tanto delicata. Delicata. La parola è una crocifissione per il rispettabilissimo Preside. Delicata.
Era delicata, quella ragazza morta in seguito ad un incidente? Già le sue gote di ragazza, le sue speranze ed i suoi sospiri erano volati via. Come una piuma di colomba, strappata all'abbraccio della carne, veniva trasportata dal vento, allo stesso modo un'anima viaggiava verso chissà quale luogo, passando per una morte tragica.
Un incidente involontario, una reazione peggiore portavano un uomo rispettabile a disperarsi, a volere male a se stesso.
Gli occhi fissi sulla scrivania. Una foto del figlio. E se fosse stato lui, a morire, anzichè una sua studente? Il primo a dargli il nome di padre, su una strada grigia, coperto da un'atmosfera tragica. E invece no, una sconosciuta, una studente che non aveva neanche mai incrociato per i corridoi, se ne stava stesa sull'asfalto, e mentre un cuore non batteva più, l'altro si agitava e picchiava sul petto di un uomo meno forte di quanto si credeva.
Ma com'era successo? Tornando a casa, dopo la presentazione del libro di un amico, guidava neanche troppo veloce; era da solo, senza che sua moglie lo assillasse con le solite storie. 'Vai piano' gli diceva, 'stai attento', gli ripeteva. Come se almeno una volta fosse stato tanto incauto da sorpassare un limite di velocità.
Nonostante fosse di indole docile, il Preside, uomo rispettabile e composto, si sentiva libero da quella vita che, dopo la bellezza di trent'anni, cominciava a stargli stretta.
Erano anni che non provava qualcosa del genere. Una vita passata a studiare nozioni di latino e greco, i pomeriggi passati sugli specchietti di grammatica mai lo avevano ripagato quanto lo voleva. Le gioie dategli dal figlio ben bilanciavano i rimproveri di una moglie che prima amava, ma ora, non amava più.
Un bicchiere di troppo, sì disse, certo non cambierà la vita a nessuno. E si divertiva, alla festa, come un ragazzo: ma quale ragazzo? Lui giovane davvero non lo era stato mai. Comportatosi da vecchio durante l'adolescenza, si permise per almeno una serata di brindare ancora e ancora per riprendere il tempo perduto.
La serata era finita, e si dirigeva a media velocità, dritto sulla strada, accanto ad un motorino che non voleva quasi farlo passare. La ragazza si sposta sulla sinistra, lui accellera, le è accanto, il vino sdoppia l'immagine, un attimo di confusione, un flash, la urta. La ragazza, avventatamente, come se qualcuno che non era nè lei nè il Preside, avesse architettato un piano macabro, non si era allacciata il casco come si deve. Il Preside, persona rispettabile, si riprende. Trova un corpo sulla strada, non capisce neanche lui la dinamica dell'accaduto, e capisce di essere il colpevole. Il volto della ragazza guardava il cielo, e quegli occhi ormai spenti quasi sembravano guardare le stelle.
Come è tornato a casa, neanche lui se lo ricorda.
E se il figlio gli avesse chiesto com'era andata? Avrebbe confessato un delitto? Delitto, in latino scelere, anche azione turpe, infame, indicibile. Oh, piano con la fantasia! Cos'era successo poi? L'aveva voluto lui? Semmai si fosse scoperto qualcosa, se i poliziotti che avevano considerato l'accaduto un semplice incidente, avessero scoperto la verità, e il figlio gli avesse fatto domande, avrebbe saputo benissimo cosa dire: avrebbe raccontato la verità. Non era colpa sua, infatti. Era come se un destino avverso ed una serie di coincidenze beffarde fossero stati complice nel legarlo ad una croce nella sua adolescenze, e fossero tornati per finire il lavoro. Lo volevano morto, sì. Lui, infatti, il bere non lo toccava mai, e per strada era attento. Come sarebbe potuto succedere altrimenti? Affogava le risposte per lui scomode con un sospiro.
Ma, realisticamente, nè suo figlio nè le forze dell'ordine potevano fargli delle domande. Dopo che aveva messo in circolazione la voce del suicidio della ragazza, dopo che nessuno aveva neanche sospettato della sua colpevolezza, chi mai avrebbe potuto chiedergli nulla? E, d'altra parte, non era colpevole di nulla.
Mentre si convinceva di una falsità tanto evidente, cercava di tacere la sua parte più obbiettiva sacrificando la dignità che si era guadagnato. E sorgeva, nel suo cuore, una lotta.
Nel frattempo, una ragazza meno disillusa dalle angustie della vita, armatasi di coraggio, si intrufola nel suo liceo aiutata dalla notte e dal suo desiderio di verità.

21 marzo 2011

(1)

Nicholas avanzava a passo sicuro nel corridoio.
Non c’era niente che potesse fermarlo. Capelli castani, occhi blu, fisico atletico. Era oggettivamente un gran bel ragazzo. Era il capitano della squadra di pallanuoto, aveva tutta la scuola ai suoi piedi. Tuttavia il suo buon carattere non era stato intaccato dalla popolarità, rimaneva un tipo gentile e simpatico. 
Si guardava intorno, sorridente e salutava quasi tutti, mentre il suo sguardo –ora più sicuro e deciso che mai- cercava una biondina in particolare. Scorse la sua amica, Kate, che, seduta sulla scrivania dei bidelli, osservava il fondo del corridoio. Tamburellava le dita sulla superficie legnosa, frenetica.
Stava aspettando qualcuno. Stava aspettando lei. 
“Prendi il coraggio a quattro mani, Nick” gli avevano detto i suoi amici. “Sei il ragazzo più popolare della scuola. Vai e prenditela. Usa uno dei trucchi di Ian”. Sorrise tra sè. Sì, avrebbe usato uno dei trucchi di suo cugino, di cui aveva ereditato il posto. 
Passò di fronte a Kate e si diresse lungo il corridoio che portava ai bagni. Lei doveva essere là, da qualche parte. 
‘Eccola’, esultò mentalmente, vedendola. Avanzava timida come sempre, splendida nel suo minuto e delicato aspetto. Era così piccola che veniva voglia di proteggerla. E l’avrebbe protetta lui, da ogni cosa.
Il sangue gli pulsava nelle orecchie mentre le andava incontro.
Non avevano mai parlato, non aveva mai osato violare la riservatezza di lei con le sue futili parole. Si limitava ad osservarla da lontano, da cinque lunghi anni. Osservare i lunghi lisci capelli biondi. Le arrivavano fino al fondo schiena. La pelle diafana, perfetta. Sembrava una bambola di porcellana, fragile, impassibile. 
Non parlava mai con nessuno. Sempre timorosa ed irrequieta. Un pulcino spaventato. 
Teneva costantemente lo sguardo basso e quando lui le passava vicino, o per una fortunata coincidenza incrociavano gli sguardi, sulla piccola fronte di lei si formava una tenera ruga d’espressione.
Lei era diversa da tutte le altre. Diversa da tutte quelle che lo osservavano sognanti e cercavano di comprarsi le sue attenzioni facendo gli occhi dolci e ridacchiando continuamente, civettuole.
Lei era diversa. Meritava il suo rispetto, le sue attenzioni. 
Lui era forte, premuroso, perfetto per lei. Voleva proteggerla dagli sguardi, altrui. Difenderla dalle cattive voci, dai giudizi e dai male intenzionati. 
Voleva farla sentire amata e al sicuro. Voleva farle capire che non doveva aver alcun timore di stare al mondo, perchè c’era lui lì con lei.
Ecco. Era giunto il momento. Finalmente erano a pochi passi l’uno dall’altra. 
Lei sembrava agitata. Nicholas vide spuntare la piccola ruga, come sempre. 
Gli aumentò il battito cardiaco. Il sangue gli pulsava nelle orecchie. 
Cinque passi. Quattro passi. Tre passi. 
Erano l’uno di fronte all’altro. 
Avrebbe usato il vecchio trucco numero ventisei, era deciso. Era la cosa migliore e sicuramente la più efficace. 
Si fermarono. 
Fecero entrambi un passo a sinistra.
Un passo a destra.
Un altro a sinistra.
Lei si fermò di nuovo e lui la imitò. Nicholas le porse un sorriso di scuse. 
La osservava dall’alto, lei gli arrivava solamente al torace. Lui era alto, lei era minuscola. Aveva una voglia matta di abbracciarla.
Lei, che aveva tenuto lo sguardo basso tutto il tempo alzò il capo. Puntò i dolci occhi da cerbiatta, color nocciola, nei suoi. 
Il cuore di Nicholas perse un battito. Le sorrise, sforzandosi di essere forte e non farsi prendere dall’emozione. Vide le sottili e chiarissime sopracciglia piegarsi in un’espressione corrucciata. Era così... così minuscola. Una bambina offesa. Tremendamente tenera.
- Ti levi dalle palle?! -
Quattro parole. Voce fredda, severa e perentoria. Un ordine stizzito. La prima volta che gli rivolgeva la parola. Un momento magico. Avrebbe dovuto essere un momento magico. Il sangue gli si era gelato nelle vene. - Smettila di seguirmi ovunque vada, razza di dannato maniaco! Sono cinque anni che non fai che fissarmi! Sei fastidioso! – aggiunse, a voce forte e chiara. Decisa, forte, iraconda. Scartò il ragazzo e raggiunse l’amica imprecando a mezza voce come uno scaricatore di porto. 
Nicholas era impietrito. Fissava il vuoto, sconcertato. 
Il suo pulcino indifeso...