10 maggio 2012

Cows and jeans. 19



19


“Dove vuol che me la metta una scopa?! Basta, è definitivo: detesto questo posto! Cosa ci faccio qui? Combino guai e quando non ho fatto niente, arriva una stupida vecchia bigotta a darmi della ladra! A me! Cristo Santo!”
Furiosa. Ero a dir poco furiosa.
Che fossi un’incapace era ormai risaputo, ma ladra mai! Con che faccia tosta quella donna mi incolpava?! Nemmeno mi conosceva!
“Pan!” mi chiamò qualcuno.
“Muori!” risposi, stizzita, senza nemmeno voltarmi o chiedermi chi ci fosse.
Solo allora mi accorsi vagamente dei passi nello sterrato, dunque di qualcuno che correva dietro di me.
“Non è carino da parte tua!”
Kameron comparve al mio fianco, ma non accennai a fermarmi. Carino? Carino??! Cosa me ne fregava di ciò che era carino o non lo era, in quel momento?! Tanto ero una schifosa ladra, no?! Non mi curavo di ciò che era carino! “Non me ne frega niente” risposi, senza nemmeno accorgermi che non era stato lui a parlare.
“Fermati, dai! Non sei stata tu!” intervenne la stessa voce dello stupido commento sulla mia cortesia.
“Oh, questo lo so, Robin!” dissi, brusca. “Che cosa ci fai tu qui, poi?! Fila a casa, tua cugina ti starà cercando!”
Entrambi si fermarono, forse, perché sparirono per qualche istante dal mio campo visivo; poi però tornarono a trottarmi attorno come stupidi cani troppo allegri, ignorando l’insegna luminosa che svettava sulla mia testa: Sono una cavolo di ladra, lasciatemi in pace o vi fregherò le mutande!
Tutto ciò era assurdamente indecente. Se qualcuno aveva ancora una buona opinione di me, ora sicuramente non l’aveva più. Mi sentivo furiosamente frustrata, ma anche umiliata. E impotente. Non avrei potuto più decidere del mio destino, non avrei potuto scegliere come comportarmi, che impressione dare agli altri di me stessa. No, aveva scelto Cassie, sbagliando per giunta, e ora non potevo più cambiare le cose, se non con un’immane fatica. Presto tutti avrebbero parlato di me come di una poco di buono e considerate le dimensioni del paese forse lo stavano già facendo.
Tutto ciò solo perché una nevrotica vipera non aveva esitato a puntare il dito contro di me quando aveva perso la sua stramaledetta zappa!
“Pan, calmati!”
“No, Kameron, non mi calmo proprio per niente! Odio che mi si diano colpe che non ho! E ne ho tante, per la misera, perché inventarsene altre!?”
“Neanche a me piace …” convenne Robin a mezza voce.
“A nessuno piace!” tagliò corto l’altro. “Ma noi non pensiamo che sia stata tu!”
“No, no!” lo appoggiò il ragazzino.
“Oh, grazie, ma le cose non cambiano! Quella schizzata avrà già chiamato la polizia!” sbottai, non molto rincuorata. “Il punto è, Kameron, che non me ne sta andando una giusta! Anzi, le cose peggiorano sempre di più!” sbuffai di nuovo. “Robin, adesso basta, vai a casa! Tua cugina si caccerà in un mare di guai se non ti trova!” Sapevo bene come ci si sentiva, e non avrei augurato a nessuno –neanche alla ragazza che aveva preso il mio posto- di patire quell’angoscia che si prova nel sapere di aver perso un bambino e nel preoccuparsi per lui fino quasi a farsi venire l’ulcera.
“Il signor Lucas sa che Rob è con me, non preoccuparti” spiegò Kameron.
“Senti, so di essere egoista, ma non è per lui che mi sto preoccupando. Sono un tantino impegnata ad autocommiserarmi e a mandare accidenti, in questo momento! Ma l’hai sentita quella? Secondo lei ho rubato una zappa! Ma, dico, che diavolo ci faccio io con una zappa?! Magari adesso pensa anche che…”
“Nessuno pensa che sia stata tu!”
“Cassie sì!”
“Ma non ha prove!”
“Oh, bè, questo cambia molte cose. È la sua parola contro la mia, chissà di chi si fiderà la gente! Della piccola e viziata principessa combina guai – che sembra il titolo di un cartone animato, porca miseria! - o della vecchia Cassie che vive qui da anni e tutti conoscono?” continuai, decisamente scettica.
Kameron mi si parò davanti, facendomi inchiodare sul posto per non schiantarmi contro di lui. “Stai zitta un secondo?!”
Lo guardai, esterrefatta. Non potevo nemmeno sfogarmi? Che diritto aveva lui di seguirmi e poi anche intimarmi al silenzio? Incrociai le braccia con stizza, per manifestare la mia posizione di protesta ininterrotta nonostante l’obbedienza.
Robin rise della mia espressione e Kameron sorpirò. “Non c’è motivo per imbestialirsi così, va bene?”
No, non andava bene proprio per niente! Ma non mi diede il tempo di strillarglielo in faccia.
“Cassie non si fida di nessuno e una volta al mese esce in piazza a sbraitare contro una congiura ai suoi danni! Ormai non le crede più nessuno!”
Sbuffai. Convincente, ma troppo poco per calmarmi. “Ammesso e non concesso che tu abbia ragione, “sibilai, “questa situazione rimane comunque avvilente e degradante!”
Robin lanciò un’occhiata confusa a Kameron, che doveva avere più o meno la sua stessa età cerebrale. Avrei dovuto procurarmi un ‘Brain Training’ e un NintendoDS per verificarlo, mi dissi con un’imponente e giustificata dose di acidità.
“Cosa vuol dire?”
“Significa che è arrabbiata lo stesso” tradusse l’altro, con un sospiro. “E dai, Pan!”
Dai, Pan? Dai, Pan, COSA??!
Mi avevano fatto passare da ladra davanti a mezzo paese e, secondo lui, non avrei dovuto prendermela? Santo cielo. Santo cielo! Buono quanto volete, ma Kameron sfiorava dei picchi di deficienza che pochi esseri umani avevano mai raggiunto!
Mi limitai a lanciargli un’occhiata in tutta risposta, per non dover mandare a quel paese l’unica persona che potevo considerare amica in quel posto.
Respirai a fondo un paio di volte, cercando di calmarmi.
Robin rise e sentendolo non potei evitare di sorridere.
“Come mai siete qua?” Me ne uscii, infine, riuscendo a soffocare almeno un po’ la rabbia.
Kameron sorrise, dimostrando di apprezzare il mio enorme sforzo. “È nato un vitello da una delle vacche” intercettò la mia occhiataccia. “Ehm, scusa, mucche- e volevo portare Robbie a vederlo”.
No, un attimo un... “Un vitellino?” Ebbene sì, mi ero appena illuminata più di quanto sicuramente non avesse fatto il suddetto ragazzino alla stessa notizia, nonostante tutto.
“Già!”
“Posso venire anche io?” domandai, arrossendo leggermente per l’imbarazzo. Era ridicolo, lo sapevo, avanzare una proposta simile e cambiare totalmente atteggiamento dopo una sfuriata come quella. Ero così infantile alle volte...
“Sì, dai, tanto non ha nient’altro da fare, Kam: è disoccupata!” approvò Robbie, con aria allegramente esperta.
Gli lanciai un’occhiata. “Grazie, per un istante me ne ero quasi dimenticata...” commentai con amarezza.
I due stupidi risero e Kameron mi diede una pacca di incoraggiamento sulla spalla, a cui risposi con un sorriso tirato.
“Forza, andiamo a prendere il pick-up, allora!”
Mi irrigidii. L’ultima cosa di cui avevo bisogno era tornare in paese e affrontare Cassie e tutti gli altri. Magari anche il nonno. Mai sarei riuscita a sopportare sguardi di biasimo e rimprovero camminando tra la gente. Sapendo di non meritarli, per giunta.
Sentii gli occhi iniziare a pizzicare e voltai loro le spalle. “Ho bisogno di stare un po’ da sola, andate voi, io vado un po’ avanti a piedi...”
“No, dai! Vieni!” protestò Robin.
“Va bene, a dopo” lo contraddisse Kameron, con molto tatto.
Mi voltai a guardarli solo quando sentii i loro passi abbastanza lontani.
Il ragazzo gesticolava, mentre spiegava qualcosa al bambino, il quale si voltò a guardarmi. Certa che da quella distanza non potesse vedere le lacrime, mi sforzai di sorridere e lo salutai con la mano. Poi ricominciai la mia pigra marcia senza meta.
Continuavo ad asciugarmi le lacrime dicendomi che non avrei dovuto piangere, che non avrei dovuto farmi trovare così da Kameron e Robin al loro ritorno, che poteva avvenire da un momento all’altro. Ma era difficile; ero stata licenziata tre volte nel giro di due settimane scarse e l’ultima mi avevano anche dato della ladra. Come se io avessi mai potuto fare una cosa del genere! Non prendevo nemmeno più di un tovagliolino in gelateria per non approfittarne! E mi incolpavano di rubare una zappa – che oltre a non servirmi e a non sapere come avrei potuto portarla via senza farmi scoprire, non sapevo nemmeno esattamente come si usasse!
Alzai lo sguardo dai ciottoli della strada sterrata e mi guardai attorno.
Rabbrividii.
Mi sentivo assurdamente insignificante nel bel mezzo della vastità dei campi.
C’era un punto –quello- nel sentiero che portava alla fattoria del nonno da cui il paese pareva incredibilmente piccolo, lontano e sperduto; dalla parte opposta le strade erano particolarmente rade e lontane dalla strada. Tutto ciò che c’era lì intorno erano campi. Vaste distese di piante il cui frutto era stato ormai del tutto raccolto. Lì mi sentivo sempre particolarmente insignificante.
Mi fermai,gustandomi quella sensazione che normalmente avrei fuggito, ma in quel momento non riuscivo a voler abbandonare.
Se sono piccola ogni mio errore non è poi così enorme, no?Di solito cercavo di distrarmi. Non era piacevole quel senso di impotenza, mi aveva sempre spaventato.
Ma questa volta era diverso. Mi inquietava, sì, ma quella situazione mi rappresentava: non solo mi sentivo, ma ero realmente piccola e impotente. Quasi irrilevante. Una bambina nel mondo dei grandi, come Pin**, un bambino vecchio e fuori luogo in un mondo troppo adulto e brutale. Piccoli e insignificanti, ci muovevamo entrambi tra le campagne trovando un posto adatto a noi. Un luogo che forse non c’era.
Il suono di un clacson mi riscosse dai miei pensieri, spaventandomi.
Sobbalzai e vedendo Robin e Kameron ridere attraverso il finestrino mi ritrovai a fare lo stesso.
Il pick-up si fermò e, prima che potessi aprire la portiera, la testa bionda di Agatha si sporse dal cassone. “Qua dietro, principessa! Lasciamo ai bambini i comodi sedili!”
E così mi ritrovai di nuovo a farla ridere nel tentativo di rimanere seduta più o meno stabilmente, sulla strada per casa Towell dove mi aspettavano dei meravigliosi bovini.
“Io nemmeno volevo venire” mi disse Aggie mentre mi aiutava a scendere, una volta arrivati. “poi però Kam…-eron ha detto che c’eri anche tu e ho pensato che sarebbe stato divertente”.
Sorrisi, colpita da quella frase. “Grazie!” esclamai, con spontaneità.
Lei rise. “Intendevo che sarebbe stato divertente perché ti comporti come una bambina quando vedi le vacche, ma …prego!”
“Sei… tremenda!” boccheggiai, scoppiando poi a ridere per l’imbarazzo. “Proprio come tuo fratello.” Aggiunsi, in un borbottio. Con orrore mi ricordai che al mio ritorno a casa, Dean sarebbe stato lì a prendersi gioco di me. Non sapevo come lo avrei sopportato, ma per quel momento decisi di non pensarci. Mi bastava sapere che almeno Kameron, Agatha e Robin si fidavano di me. Questo mi dava coraggio. Un bel po’.
“Muovetevi!” strillò Robin correndo avanti a tutti.
Aggie mi lanciò un’occhiata e allungò il passo, sorridendo.
La seguii e quando fummo davanti alla porta della stalla mi fermai un istante per respirare a fondo. C’era un contrasto emotivo pauroso, dentro di me. In parte non stavo nella pelle all’idea di poter finalmente vedere il vitellino di cui mi avevano parlato; ma soprattutto ero travagliata da pensieri negativi su colpe non mie, umiliazione, rabbia e incertezza. Non sapevo cosa avrei potuto fare l’indomani e avevo un folle timore di ciò che avrebbe pensato mio nonno una volta udite le voci che certamente erano già giunte nel saloon. Chiusi gli occhi cercando di calmarmi prima di farmi prendere del tutto dal panico.
“Pan!”
“Arrivo!” sospirai e varcai la soglia.
Venni investita dall’odore della stalla, che se prima notavo appena, ora era impossibile da ignorare. Mi lasciai pervadere da una sensazione improvvisa di calma. Prendetemi per pazza, non lo negherò –e come potrei farlo? -, per me quella puzza era profumo di serenità e infanzia. Era legato a pensieri e ricordi positivi che quell’odore risvegliava nel mio inconscio infondendomi pace e un pizzico di nostalgia. Ma di nostalgia buona, quella che fa sorridere.
Avanzai lentamente verso l’ultimo box, quello più grande, salutando prima la cara e vecchia Agatha e poi sfiorando il naso di tutte le altre mentre passavo.
“Ma guardala” ridacchiò Aggie, prendendomi in giro. “sembra un bambino in un negozio di caramelle”.
Kameron mi lanciò un’occhiata divertita e io feci loro una linguaccia per ripicca.
Quando vidi il cucciolo, mi venne naturale scoppiare a ridere. Era estremamente buffo: goffo, allampanato e rossiccio.
“È un maschio?” domandai.
Kameron alzò bruscamente la coda della povera bestia e annuì. “Proprio così!”
“Spudorato!” lo rimproverai, vagamente divertita.
Robin rise, senza tuttavia aver capito la parola –ne ero sicura.
“Che c’è?” Agatha parlò per Kameron che mi guardava confuso.
“Nessuno ti tira giù le mutande per vedere se sei maschio o femmina, Kameron!” replicai, con ovvietà.
“Ah, fate pure! Per me non c’è problema!” scoppiò a ridere sguaiatamente.
La neo-madre muggì infastidita dal fracasso.
“Tanto non c’è nulla da vedere” Agatha lo freddò con un sopracciglio inarcato e la sfida negli occhi.
Robin e io ridemmo, mentre Kameron lanciò un’occhiata truce all’amica, severo.
Questo mi fece ridere ancora di più. Come c’era da aspettarsi, Kam non poteva essere sempre sereno e spensierato, non poteva trovare tutto divertente, doveva pur averlo un punto debole! E di fatti ora lo conoscevo: odiava essere colpito nel suo orgoglio di uomo. Dietro quel volto da bambino allegro si nascondeva un grande e grosso ragazzo orgoglioso della sua virilità. Prevedibile, ma inaspettato. Oh, quanto mi sarei divertita a stuzzicarlo!
Tornai presto a concentrarmi sul vitello, che ora veniva allattato dalla madre. Li osservai a lungo, talmente assorta che mi accorgevo appena dei due che continuavano a battibeccare a mezza voce e delle risate di Robin.
“Come si chiama?” me ne uscii, interrompendo la sfida verbale – senza contare che tanto avrebbe vinto Agatha, non c’era storia.
Kameron mi guardò per qualche istante, prima di uscire dalla fase devo-avere-io-l’ultima-parola-perché-sono-un-uomo-e-sono-più-forte e metabolizzare la domanda. E la mia, diciamocelo, era complicata, come richiesta.
“Non ha un nome, ancora, Molly l’ha partorito da pochi giorni e nessuno si è preso la briga di…”
Scoppiai a ridere come una scema, interrompendolo e attirando i loro sguardi interrogativi.
Non ero impazzita del tutto, no. Il punto era questo: goffo, allampanato, rossiccio, la madre Molly. Ormai mi conoscete, fate i vostri conti!
“Non si può che chiamarlo Ron, allora!” sghignazzai.
Dopo qualche istante di confuso silenzio, Agatha e Kameron risero, presto imitati da Robin, che, come tutti i bambini, se c’era da ridere rideva, anche se a volte non ne capiva il motivo.
Fu in quella intensa giornata che il mio umorismo potteriano ebbe il suo debutto in società, e risultò persino simpatico a tutte le persone che contavano. Perché era così, a parte mio nonno, le uniche persone che per me significavano qualcosa per me, erano Kameron, Agatha e, sì, anche Robin. A partire da quel momento mi fu sempre estremamente chiaro.



Quando circa un’ora dopo Kameron riaccompagnò Robbie a casa, prima di andare a raccogliere i frutti alla fattoria dei Thompson, mi feci accompagnare e scesi con il ragazzino. Mi fermai a salutare brevemente i bambini e a fare una linguaccia liberatoria a Johnny -ora che finalmente potevo fare ciò che mi pareva senza che ne andasse del mio lavoro-, poi camminai sovrappensiero fino al saloon.
Una volta capito che per la maggior parte delle persona che per me contavano io ero innocente, avevo deciso che era inutile piangersi addosso. Dovevo andare avanti, sopportare, e migliorare la mia posizione più che potevo. Senza contare che non avrei potuto fare molto altro: prima o poi avrei dovuto affrontare mio nonno, Dean e tutto il resto del paese. Inoltre non potevo rimanere con le mani in mano, disoccupata. Anche volendo, non mi sarebbe stato permesso. Ma non lo volevo, poiché i miei genitori, delineando i patti, erano stati chiari: sarei rimasta a Sperdutolandia –yuppie!- almeno finché non avrei imparato a cavarmela da sola, con le mie forze, con i miei soldi. E questa equazione era facile persino per me, che ero una cretina con la C maiuscola: niente lavoro, niente soldi; niente soldi, niente ritorno permanente a casa.
Entrai meccanicamente nel saloon, senza sapere cosa aspettarmi o non aspettarmi, tenni lo sguardo ostinatamente basso, vergognandomi al solo pensiero di ciò che si era sicuramente detto di me, quel giorno. Mi pareva di sentire i commenti meschini che ognuno dei presenti pensava.
Sedendomi al bancone evitai accuratamente di guardare verso il solito posto in cui sedeva Abe, non volevo incontrare i suoi occhi e leggervi delusione.
Presi coraggio e salutai timidamente la donna dietro al bancone. “Ciao, Ginger”. Feci un enorme sforzo per guardarla in faccia, ma fu una fortuna che io l’avessi fatto. Il suo sorriso –lei sorrideva sempre- era sincera, non nascondeva rimprovero né disprezzo, solo compassione e soprattutto solidarietà.
Che nemmeno lei mi considerasse una ladra? Che ci fossero speranze di vivere ancora in pace, e magari trovare persino un lavoro senza doversi inginocchiare, implorare e giurare fedeltà eterna?
“Ciao, Pan. Capitano tutte a te, eh?” mi salutò, cercando di tirarmi su il morale. “Vuoi qualcosa da bere? Una coca-cola?” domandò, gentilmente.
Sospirai, abbozzando un sorriso per metà amaro. “Sì, grazie” risposi. Estrassi dalla tasca qualche moneta che mi ero portata al lavoro, per poter comprare il pranzo proprio lì, nel bar. “Non lo so, Ginger, me ne capita una dietro l’altra. Poi, andiamo!, anche a rigor di logica, per quale motivo dovrei rubare una zappa se faccio la commessa? A cosa mi serve? Anzi, no, il punto è proprio questo: perché dovrei rubare qualcosa?? Non sono una ladra! Non ho mai nemmeno usato i bagnoschiuma nei bagni degli alberghi perché non erano miei!” Le parole mi fluirono dalla bocca da sole, sgorgando come lava dal cratere di un vulcano che non aveva ancora finito di eruttare e non aveva intenzione di acquietarsi troppo presto. “Sono solo enormemente sfigata. No, anzi, non è nemmeno questione di fortuna o di una dannata sorte o chissà che. Il problema è che sono un’idiota. Sono una piccola e stupida incapace. Ho fatto un sacco di errori che avrei dovuto evitare e Dio solo sa quanti altri ne combinerò!”
“Ehi, ehi, ehi, per favore calmati, va bene?” mi frenò Ginger, ridendo. “Non dire certe cose. Capita a tutti di sbagliare, l’importante è impegnarsi per rimediare”.
Sospirai, scontenta. Certo, la faceva facile! Non era lei ad essere stata accusata di furto davanti a mezzo paese, non era stata lei ad aver mandato a quel paese il suo capo –con ragione, tornando indietro l’avrei rifatto mille volte!-, non era stata lei ad essere stata licenziata. “Come si rimedia a una zappa rubata, ad un’accusa di furto e ad un licenziamento?”chiesi, imbronciata.
Ginger aprì una lattina di coca, ci mise una cannuccia gialla e la posò sul bancone. “Si cerca un nuovo lavoro e ci si mette tutti insieme alla ricerca della zappa”.
Azzardai un’occhiata verso Abe che ci osservava da sopra il giornale. Mi voltai di nuovo verso Ginger, mettendomi a giocherellare con la cannuccia, gli occhi sgranati e lo scetticismo nello sguardo. “E chi assume una presunta ladra?”
“Chi non pensa che lo sia”.
La guardai, interrogativa. “Chi non pensa che io abbia rubato quel coso? Insomma, voi vi fidate tutti gli uni degli altri, io spunto dal nulla, faccio danni e se qualcosa sparisce è chiaro che la colpa venga data a me. Sono esterna a questo mondo di fiducia reciproca, non mi conoscete!”
Nella foga di parlare tolsi la cannuccia dalla lattina schizzandomi e facendo piovere goccioline di coca-cola sul bancone. “Ecco” brontolai, scontenta di me stessa.
Ginger sorrise comprensiva, prese un tovagliolino di carta e asciugò rapidamente la superficie. “Con te ci vorrebbe qualcuno di paziente”.
“Immagino di sì: sono un disastro dalla lingua biforcuta!”
La donna rise, lanciando un’occhiata a qualcuno alle mie spalle. “La lingua biforcuta dev’essere una caratteristica di famiglia”.
Abbozzai un sorriso, immaginando Abe che sicuramente si stava esibendo in una delle sue solite smorfie che dicevano tanto ‘bah, chiudi il becco’. “Già”.
“Io, Pan”.
Cosa? Lei aveva la lingua biforcuta? A meno che non si trattasse di una menomazione fisica, la faccenda era preoccupante se pensava di essere acida quanto me. Solo nonna Margareth era stata più paziente di lei! “Come?”
“Oh, è facile, ne ho già parlato con mio marito, immaginavo che sarebbe stato l’ideale. Anche lui lo crede”.
Erano in due a essersi rimbambiti, allora! Ginger acida? Va bene che prendersi in giro in una coppia rende le cose più divertenti, ogni tanto, ma qui qualcuno iniziava a crederci sul serio!
“Che ne dici, ci stai?” continuò.
Un momento.
Dovevo essermi persa qualche passaggio. “Non sono sicura di aver capito di cosa parliamo”ammisi, mordicchiando la cannuccia, di nuovo immersa nel liquido dentro la lattina.
La donna scosse il capo, divertita, e sorrise. “Vuoi lavorare qui con noi, Pan?”
Sgranai gli occhi per la sorpresa. Diceva … “Davvero?!”
“Perché no?”
“Non mi stai prendendo in giro, Ginger?”
Mi alzai in piedi, senza sapere il perché. Era vero? Era forse troppo facile, era … ma chi se ne fregava se era facile o no! Non avrei potuto chiedere di meglio, non avrei nemmeno saputo cosa chiedere di meglio! Ginger era la persona più gentile e paziente che avessi mai conosciuto –eccetto la nonna-, sembrava essere in grado di comprendermi più di quanto non facesse mia madre da anni, ormai. Era fantastico!
Rise. “Ti brillano gli occhi. Anche se avessi avuto intenzione di scherzare, a questo punto non avrei proprio il cuore di negarti questo posto di lavoro!”
“Oddio, grazie!” mi tuffai in avanti per abbracciarla da sopra il bancone e, così facendo, rovesciai la lattina, che Ginger rimise in piedi prima che l’intero contenuto si versasse.
Mi ritrassi, costernata. “Sono un disastro!” soffiai a mo’ di scusa.
Sentii Abe bofonchiare la sua esasperata approvazione e mi incupii di più. Forse non meritavo quel lavoro. Non meritavo che qualcuno fosse così gentile con me, non con tutto il mio egoismo e tutta la mia stupidità. Avrei fatto qualche danno anche quella volta, me lo sentivo.
“Oh, non fare quella faccia. Migliorerai. Iniziamo subito col pulire questi schizzi, ok? Tu che dici, Abe?”
Mi voltai a guardarlo, senza sapere cosa aspettarmi. Il nonno abbassò nuovamente il quotidiano con un sospiro. “Siete maggiorenni e vaccinate, dovete saperlo voi quel che volete fare!”
Vecchio burbero balordo! Mi raccomando, non incoraggiarmi troppo!
Gli feci la lingua, per manifestare il mio disappunto dovuto al suo disinteresse, nonostante sapessi che dietro quelle parole si nascondeva un’approvazione. Abraham aggrottò le sopracciglia in un modo che mi ricordò terribilmente papà quando io e Joshua cercavamo di convincerlo che nella dispensa ci fosse un mostro –lo facevamo per divertimento, di tanto in tanto, convinti che lui potesse crederci.
“Sono d’accordo. Quindi ci vediamo qui tutti i giorni alle otto, tranne il venerdì e il sabato”.
Sul mio volto si era allargato un sorriso così ampio che probabilmente mi si vedevano anche i denti del giudizio –non ancora cresciutimi, per altro. Volevo comunicarle con quel sorriso tutto l’entusiasmo, la gratitudine e la speranza che mi stavano scoppiando dentro, senza dover mettermi a strillare come una di quelle galline che nei film strillano di entusiasmo per qualunque cosa.
“Rischi una paralisi, così” bofonchiò Abe, tornando a nascondersi dietro il suo giornale.
Questa volta scoppiai a ridere di gusto, trovando nelle risa il modo più bello ed efficace per sfogare la mia esplosione emotiva.
Ginger fece lo stesso, contagiata dalla mia risata, e mi strinse a sé in una abbraccio decisamente materno, di quelli che non ricevevo dalle medie, cosa che aumentò la mia voglia di ridere e di ricominciare tutto da capo, senza inutili errori, questa volta.


Note:
*Nella prima riga Pan parla di una scopa. È sempre la zappa del capitolo precedente, ma nella foga ha sparato un nome a caso, senza curarsene troppo. Tanto, ricordiamolo, sta parlando da sola –o come si suol dire, sta farneticando.
**Pin: è il protagonista di Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Libro che ho adorato, ve lo consiglio. :3 Parla della guerra partigiana.

01 maggio 2012

Cows and jeans. 18


18


Il sabato mattina ero nel saloon, immersa in un’esilarante sensazione di dejavou, accanto a Ginger, con davanti la stessa bacheca di qualche tempo prima, pullulante di post it su cui erano scribacchiate le richieste dei paesani.
“Bene, vediamo cosa c’è di buono” commentò Ginger, mentre trattenevo le risate. Perché, ok, la sensazione di dejavou poteva essere anche vagamente divertente ma di certo non sarebbe stato opportuno scoppiare a ridere quando ero appena stata licenziata. Dubitavo che qualcuno potesse pensare a me come ad una persona anche solo vagamente intelligente, ma un minimo di contegno dovevo comunque tenerlo, giusto per non degenerare del tutto.
“C’è un posto dal veterinario” disse.
Ridacchiai, immaginando si trattasse di uno scherzo, e attesi che mi proponesse qualcosa di sensato.
Passò quasi un minuto, durante il quale lei continuò ad osservarmi paziente, ma la seconda proposta non arrivò quindi alzai lo sguardo su di lei, sgranando gli occhi. “Ma io non sono in grado! Cioè, bisogna essere laureati, io vado ancora al liceo!” esclamai, spaventata.
La donna aggrottò le sopracciglia poi scoppiò a ridere. Qualcosa non quadrava.
"Penso che tu non abbia capito. Intendevo come assistente, non come veterinaria!”
Mi balenò nella mente un’immagine di una sala operatoria in cui i muri erano tutti schizzati di sangue e un pazzo medico –che per qualche motivo mi apparve con la faccia di mio fratello- strillava i nomi degli assurdi strumenti di tortura che avrei dovuto passargli, mentre operava a cuore aperto un elefante.
"In che senso?”
Ginger mi sorrise, con un sorriso che sembrava intimarmi alla tranquillità. E di fatti mi calmai.
“Dovrai solo gestire la sala di attesa.”
Fu con quelle parole che il secondo capitolo di quello che assomigliava sempre più ad un assurdo videogioco – di quelli in cui si ricominciava dallo stesso punto ogni volta che si perdeva una vita – ebbe inizio.


“Di solito l’ambulatorio è tranquillo, ma capitano giorni in cui è sovraffollato e allora non c’è modo di lavorare senza che mi scoppi un mal di testa allucinante” stava spiegando Mr. Sorrow grattandosi distrattamente una guancia sotto la barba folta e bruna.
Annuii distrattamente, mentre osservavo l’ambulatorio veterinario. La sala d’aspetto era effettivamente minuscola, non dubitavo che affollata fosse un qualcosa di insopportabilmente rumoroso. Specie se ogni persona aveva con sé un animale lamentoso.
Abraham mi lanciò un’occhiataccia, accorgendosi che stavo prestando attenzione solo in parte lo sconclusionato discorso del veterinario. In realtà avevo ascoltato le spiegazioni più utili – l’elenco dei miei compiti, gli orari di lavoro e le istruzioni sul lavoro – ma tutti i commenti sul mal di testa e le noiose notazioni scientifiche sull’anatomia animale – o qualcos’altro, non ne ero sicura – non mi importavano molto. Così ignorai anche l’occhiataccia del nonno, certa che nemmeno lui fosse interessate ai due terzi di quello che il veterinario vomitava allegramente.
“Quando posso iniziare?” domandai, quando Mr.Sorrow parve aver finito di parlare a vanvera.
L’uomo si grattò di nuovo la barba, osservandomi pensieroso. Che ci fosse tanto da pensare? Eppure non mi pareva una domanda tanto complicata. Sarei dovuta stare più attenta a ciò che chiedevo, forse.
“Anche subito!” se ne uscì, con un’alzata di spalle.
 Sorrisi, cordiale, e annuii. “E sia!”
Un quarto d’ora dopo era seduta dietro la minuscola scrivania della sala d’aspetto del veterinario, a guardarmi intorno confusa. La stanza era microscopica e anche essenzialmente vuota. Persino ad una persona pigra come me sembrava assurdo non-lavorare in quel modo. C’erano quattro sedie di legno di fronte a me e un porta ombrelli. Stanza vuota, sedie vuote, portaombrelli vuoto. Ambulatorio dannatamente silenzioso. Che il signor Sorrow si fosse addormentato? Lo invidiavo.
L’unica cosa pericolosamente rumorosa era la mia mente, che ciarlava, ciarlava, ciarlava e ciarlava –un po’ come aveva fatto il veterinario poco prima – mentre la mia mano scarabocchiava con una bic nera su un post it. E quando dico che scarabocchiava non si tratta di falsa modestia volta a celare il mio idilliaco talento nell’arte del disegno. Intendo dire proprio che scarabocchiavo: spirali, righe – storte–, cerchietti –ondeggianti-, croci, quadrati anneriti e sbilenche faccine di ogni tipo. Oh, e ovviamente anche gli epici mascheroni neri che sovvenivano quando la noia prendeva totalmente il sopravvento su qualunque mia capacità di autocontrollo e devastavo con quella sorta di nera maledizione tutto il post it appena riempito. Dopodiché lo buttavo nel cestino e ricominciavo da capo con un altro.
Noia.
Noia con la N maiuscola.
N – o – i – a.
Che lavoro era, se non dovevo fare altro che imbrattare foglietti e contenere la mia insofferenza? Perché sì, ero un tipo pigro, ma non soffrivo la noia. (Come tutti, effettivamente). Non mi annoiavo facilmente, fedele com’ero al dolce far nulla, ma quando capitava ero insopportabile.
Sbuffai, iniziando a dondolare sulle gambe posteriori della sedia, una mano a farmi da appoggio sul piano del tavolo.
La porta dell’ambulatorio si aprì di scatto proprio in quel momento seguito un’assordante belare. Inutile dire che caddi sulle quattro gambe della sedia per lo spavento, con un’espressione sciccata in volto.
“Signorina, c’è Mr. Sorrow?” gridò nel panico una donna dai ricci capelli bianchi. Sembrava stremata, poverina.
“Sì, certo” mi alzai in piedi e scattai verso la porta che separava la sala d’aspetto dall’ambulatorio vero e proprio. “Signore, c’è bisogno di lei, qui. È arrivata una signora con una pecora e stanno strillando entrambe. Ma dormiva?!”
L’uomo, seduto alla sua scrivania con la testa posata sulle braccia, a loro volta adagiate sul piano del tavolo, mi lanciò un’occhiata truce. “Certo che no!” si alzò in piedi. “Falle entrare, presto!”
Lo guardai scettica per un istante, mentre spalancavo la porta e invitavo la donna ad entrare con la sua pecora. Poi la richiusi e tornai alla mia scrivania, domandandomi quale fosse il problema di quello stupido animale.
Certo che non la invidio, mi ritrovai a pensare dopo poco. Oltre alla malattia, quella povera bestia aveva dovuto sopportare la gigantesca umiliazione di farsi trascinare al guizaglio per tutto il paese, partendo da chissà dove, poi. Se non la ucciderà la malattia –qualunque essa sia-, lo farà la vergogna, pensai.
Persino i condannati all’impiccagione, che come lei avevano una corda legata al collo, avevano più dignità di quella pecora. Almeno loro avevano un motivo per opporre resistenza, almeno i condannati avevano anni vissuti e da vivere a cui pensare e qualcosa per cui struggersi. Lei invece era inerme e impotente e non poteva nemmeno decidere della sua sorte. Che sventurato ovino. Anche se era un animale stupidamente indisponente mi dispiaceva per lei. Che poi probabilmente era un lui, non lo sapevo. Come si distinguevano le pecore femmina dalle pecore maschio? A parte una sbirciatina nelle parti intime, ok. Ma mi sembrava una cosa tanto barbara andare nella sala medica e guardare sotto ad un qualunque animale. Sì, avevo sempre pensato che fosse una mossa profondamente maleducata. Un po’ di pudore, insomma, non guastava. Se avessero riservato lo stesso trattamento agli uomini, per capire se si trattava di maschi o di femmine?
Avrei dovuto chiedere a qualcuno indicazioni su come distinguere il sesso di un ovino. Al veterinario, magari, così avrebbe potuto vomitare fiumi di parole un pelo interessanti, una volta tanto. La giornata infatti non prometteva di voler vivacizzarsi particolarmente, anche i gemiti scontenti della pecora non si udivano più attraverso la porta –che l’avessero soppressa? Quale terribile barbarie!
Meno di mezzora dopo, tuttavia, la vecchia signora, ora molto meno isterica, fu spinta in sala d’aspetto assieme alla sua povera pecora dalla zampa fasciata. Il dottore le seguì, ciarlando ovviamente: “Non si preoccupi, presto il suo animale starà bene. Dovrà solo evitare di costringerla a fare lunghe passeggiate almeno per un po’, altrimenti quella slogatura non guarirà mai” stava rassicurando l’anziana. “Ora vi troviamo un passaggio per tornare a casa. Pan, vai al saloon e manda Terrence a chiamare il signor Gilbert. Abbiamo bisogno del suo furgone o la signora non potrà tornare a casa assieme alla pecora.”
Mi alzai in piedi, annuendo, sollevata di poter finalmente fare qualcosa. “Subito!” confermai schizzando fuori dall’ambulatorio. Qualunque cosa pur di abbandonare quel noioso luogo infestato dalla puzza della noia. (Non so esattamente che tipo di odore abbia la noia, ma quando lo si respira lo si riconosce. È un po’ lo stesso fetore che riempie l’aria quando sei chino sui libri mentre fuori c’è un sole che spacca le pietre, l’estate è alle porte e sotto la tua finestra ci sono mandrie di bambini urlanti che giocano beati senza la minima preoccupazione per la tua interrogazione di chimica del giorno seguente). Senza contare che comunque quello era il mio compito: dare una mano al veterinario.
Quindi, chiedendomi per quale motivo la vecchia avesse portato in paese la pecora al guinzaglio quando la poveretta aveva una zampa dolorante, corsi per le stradine di Sperdutolandia Town ed entrai al bar, dove con un fiatone da inespertissima maratoneta –quale ero- biascicai a Terrence le istruzioni datemi da Mr.Sorrow.
Fu presto evidente, però, che avessi omesso qualcosa, poiché il dato signor Gilbert si presentò tre quarti d’ora dopo davanti alla sede veterinaria con la sua tremolante alfa romeo di un’altra epoca, talmente piccola da non avere nemmeno i sedili posteriori e quindi totalmente inabilitata al trasporto di una vecchia con la sua bestia.
La strigliata che mi beccati dopo che la belante coppia se ne fu andata a bordo del furgone –che il signor Gilbert aveva avuto il buon senso di tornare indietro a prendere- fu la più noiosa e petulante che io avessi mai udito in diciotto anni e quasi quattro mesi di vita. Quel posto di lavoro era la sede della noia e probabilmente io ero stata assunta per tenere compagnia proprio a questa che si stava stancando di essere ignorata e di ascoltare le chiacchiere di quel barbuto oratore da strapazzo. Ma quel lavoro mi serviva. Non potevo perderlo e fui immensamente grata al veterinario di non avermi buttato fuori, che rimasi sveglia fino a tardi a scrivere sul diario un riassunto dettagliato della giornata (per Emily) e a organizzare una tabella di marcia mentale per dare del mio meglio e non sbagliare più. La quale suonava un po’ come un continuo incitamento alla concentrazione.
Ma ovviamente il giorno seguente ne combinai una delle mie. Stanca com’ero per essere andata a letto tardi, mi feci accompagnare da nonno Abe al lavoro in anticipo, temendo di arrivare tardi, e fu così che attesi più di venti minuti l’arrivo di Mr.Sorrow, impalata davanti alla porta. Anche quel giorno l’inattività fu assolutamente snervante, tanto che, giusto per far qualcosa, mi addormentai con la faccia appoggiata su uno dei post it che stavo imbrattando. Quando un ragazzino, che doveva vaccinare il suo cane, entrò sbattendo la porta, mi svegliò. Inutile dire che quando mi alzai di scatto a guardarlo come se fosse stato un’Acromantula, sfoggiando una riproduzione di una montagna di smile scocciati (-.-, per intenderci) sulla guancia. Inutile dire che rise fino alle lacrime, inutile dire che mi sfregai la faccia per un’ora per fare andare via quei segni neri. Utile, invece, segnalare che rimasi intontita tutto il pomeriggio per colpa di quel sonnellino fuori orario e quando mi venne chiesto di far qualcosa –visto che mi pagavano- usai l’AnitraWC per lavare i vetri delle finestre e la vetrina, lasciando tutte le superfici riflettenti ricoperte da comici quanto demoralizzanti aloni bianchi.
Questo fu ovviamente uno solo dei tanti errori che commisi durante quella settimana. Non a caso, quando al mio secondo lunedì di lavoro arrivai all’ambulatorio –in ritardo, questa volta-, trovai un’anziana signora seduta al mio posto e quando chiesi spiegazioni, Mr. Sorrow attaccò con una sorta di opera di ciceroniana di infinita lunghezza che, una volta tanto, mi ritrovai ad ascoltare dall’inizio alla fine, esterrefatta. Il succo del discorso era che aveva assunto nuovamente la sua precedente assistente. Non capivo per quale assurdo motivo dovesse continuare a girare attorno ad una cavolo di rotonda immaginaria a suon di metafore, aneddoti e intercalari, quando poteva andare dritto al punto. “Devi ammettere, inoltre, che non è normale finire tre blocchi di post-it e continuare a dimenticarsi tutte quelle cose” mi disse. Non feci una piega, pensando invece che avrei dovuto usarne molti di più, solo per dispetto. “Quella vecchia è un decisamente noiosa, devo ammetterlo, ma almeno sa fare il suo lavoro senza fare disastri. Senza rancore, eh?”
Misi su un sorrisetto strafottente, che probabilmente gli sembrò solo forzato. “Non si preoccupi, la capisco: so cosa voglia dire lavorare con vecchi noiosi! Arrivederci” lo salutai, lasciandolo lì a grattarsi la barba come al solito.
E fu con (mia) stizza che venni licenziata per la seconda volta. Questa volta, più che demoralizzata, ero furiosa. Con me stessa, con quel soporifero lavoro, con quel decerebrato di un veterinario e con quello schifo di Sperdutolandia.
Quel posto mi detestava, era lampante e in parte anche reciproco. Ma io non avevo intenzione di cedere. Anche solo per dispetto, a quel punto non avrei mollato.
Di fatti varcai la soglia del saloon con un sorriso colpevole in volto e, dondolando sui talloni, un po’ in imbarazzo, chiesi a Ginger se avesse qualche minuto per me.
Lei, sorridente e disponibile come sempre, posò sul bancone lo strofinaccio con cui stava asciugando e mi seguì fuori dal locale.
Le spiegai timidamente la situazione, evitando lo sguardo di Abraham che mi scrutava attraverso la porta di vetro e mi scusai ripetutamente per il disturbo che le stavo arrecando.
“Non preoccuparti, Pan, devi trovare il lavoro giusto per te. È normale fare un po’ di fatica, all’inizio”.
Non le credetti per niente, ma mi limitai a sorriderle grata. Era sempre così gentile che non riuscivo ad essere acida con lei. Senza contare che non avrei avuto nè motivo nè diritto. “Grazie, Ginger, sul serio, non saprei cosa fare senza di te” dissi, a mezza voce, mentre questa volta consultavamo la bacheca direttamente fuori dal locale, senza nemmeno portarla dentro.
“E’ giusto così: bisogna aiutarsi a vicenda per vivere bene in paese. Sembra che tu fatichi a trovare il lavoro adatto a te, ma non ci diamo per vinte, giusto?”
Sorrisi, ammirata. “Giusto”, confermai, mentre la donna scartava qualche foglio alla ricerca di quello adatto. Per caso mi cadde l’occhio su un’annuncio, diceva che si stava cercando una commessa al negozio di articoli da giardinaggio –da lavoro, trattandosi di Sperdutolandia, dove gli hobby non esistevano! “E questo?” proposi, con scarso entusiasmo.
“Da Cassie? Sì, si può fare. Solo...”
“Solo?”
“Dovrai lavorare sodo per ottenere la sua fiducia. Non si fida facilmente delle persone, ci ha messo molto per adattarsi qui in paese. I primi tempi pedinava tutti i clienti che entravano nel suo negozio, temendo che le rubassero qualcosa. È molto meticolosa nel suo lavoro, quindi dovrai darti da fare. Pensi di farcela?”
“Parla tanto quanto Mr. Sorrow?” domandai.
"No, è un tipo taciturno”.
“Penso che andremo d’accordo, allora” risposi, speranzosa. Bastava non dover sopportare tanta noia come la settimana passata!
Ero pronta a tutto.
Senza contare che le parole tutto sommato buone che Ginger aveva speso per descrivere questa Cassie, mi davano speranza.


Furono tre giorni impegnativi, durante i quali mi resi conto di tante cose. Per prima cosa, ero certa che mi sarebbe venuta un’ernia, prima o poi, a forza di trascinare avanti e indietro sacchi di terra e concime –con un profumino che potete immaginarvi. Secondo, Dean adorava letteralmente vedermi in preda ad una crisi di nervi –motivo per cui mi aveva sfottuta fino all’esasperazione, per essermi fatta licenziare di nuovo. Terzo, Ginger era fin troppo gentile e ottimista: Cassie era la persona più sfiduciosa, sospettosa e burbera che avessi mai incontrato nel mondo reale! Perchè, se proprio dovessi paragonarlo ad un personaggio della letteratura, direi che i Centauri che abitano la Foresta Proibita sono dei gran simpaticoni.
“Muoviti, ragazza, ci sono ancora un sacco di cose da scaricare!” mi esortò la donna. Non poteva avere più di cinquant’anni, quella megera. Doveva essere in menopausa, a giudicare dai picchi di acidità che raggiungeva a intervalli di venti minuti.
“Sì, sto lavorando!” mi lagnai, mentre le passavo di fronte trascinando un sacco da dieci chili di concime.
“Non strisciarlo a terra, si rovina!”
“Cassie, c’è del letame dentro! Non so nemmeno perché tu lo faccia arrivare confezionato, quando qui ci sono mucche dietro ogni angolo! E ne fanno tanta, le mucche!”
La donna mi lanciò una truce occhiata con quei suoi raggelanti occhi azzurri. Insomma, erano raggelanti sul serio. Non avevo mai visto uno sguardo così freddo nascosto dietro iridi di quel colore: solitamente avevano un che di dolce e spensierato, ma in lei non c’era nulla di dolce nè di spensierato. Passava le giornate a rimproverarmi, standomi continuamente col fiato sul collo, attenta ad ogni mio sgarro. Mi metteva tanta pressione, che finivo per far cadere tutto ciò che mi capitava tra le mani. In compenso però, non riuscivo a dimenticare nessun incarico, né a fare grossi errori.
“Tu non capisci.”
No, in effetti non ne capivo il senso, sempre che uno ce ne fosse. Trascinai il sacco dal retro fino all’espositore in negozio. Che poi, a cosa serviva un espositore di concimi? Insomma, era... sterco!
Nonostante ciò, ricominciai a spostare i sacchi, questa volta con il suo aiuto, visto che non voleva strisciassero a terra e si rovinassero. Poi passammo ai vasi e ai vari attrezzi da giardinaggio, fino a svuotare quasi tutto il magazzino. Era già pomeriggio, poiché la mattina la avevamo trascorsa scaricando dal camioncino dei rifornimenti tutti i nuovi arrivi.
Era strano, perché nonostante Cassie fosse un’arpia e sgobbassi come un cammello tutto il giorno, quando tornavo a casa – e grazie al cielo gli orari di lavoro coincidevano più o meno con quelli del nonno e di Kameron, per cui il primo mi accompagnava in paese al mattino e il secondo a casa alla sera, perché ero ancora rigorosamente senza motore – ero tranquilla. Stanca, sì, ma tranquilla. Con il caratteraccio che quella donna si ritrovava, non mi facevo scrupoli a risponderle per le rime, quindi il mio stress veniva in gran parte scaricato in quel modo. Motivo per cui, quando Dean iniziava il suo momento di relax quotidiano e mi rivolgeva le sue frecciatine, ne dicevo quattro anche a lui e mi sfogavo del tutto, o quasi. Inoltre, non appena toccavo il materasso esausta com’ero, mi addormentavo subito e dormivo della grossa fino a quando qualcuno –la sveglia, Abe o Dean- non mi buttavano giù dal letto a pedate.
La mattina seguente, fu sorprendente trovare davanti al negozio di Cassie una piccola folla di persone. C’erano Kameron, il signor Gilbert, Ginger e suo marito, Mr. Sorrow, il signor Lucas con Robin, e una manciata di altre persone che avevo incontrato qualche volta, ma non avrei saputo nominare.
“Che succede?” chiesi, scendendo dalla macchina.
Mio nonno mi lanciò un’occhiataccia. “Non ne ho idea. Sarà una delle solite trovate di Cassie per disseminare panico in paese” borbottò, irritato, dirigendosi come al solito al bar, senza curarsene più di tanto.
Lo guardai entrare, poi mi avvicinai alla folla.
Fui subito accolta da un “E’ lei!”.
Sgranai gli occhi, mentre il mio capo mi indicava, furiosa, e guidava gli sguardi stupiti di tutti i presenti su di me.
Arrossii per l’imbarazzo. “Ciao, Cassie. È successo qualcosa?” domandai, in parte sorpresa, ma soprattutto chiedendomi cosa significasse questo ‘è lei!’. Sì, insomma, ero già stata presentata a gran parte di quelle persone e le altre avevano sentito parlare di me per tutti i danni che avevo combinato ultimamente. Dubito ci fosse qualcuno, comunque, in un paese così piccolo a non sapere chi fossi. Era un po’ inutile fare questa ulteriore presentazione in mezzo alla strada.
“E me lo chiedi pure!?” strillò, furiosa, facendo un passo avanti, verso di me. “Hai anche il coraggio di chiedermelo?!”
“Ehm... sì.” sospirai, mentre capivo quale era stato forse il mio errore. “Ho rotto un sacco di letame, vero? Deve essere caduto dallo scaffale. Lo so, era in bilico, non ci stava, ma tu avevi detto di spostarli tutti... pulisco subito, non preoccuparti!” In fondo ne combinavo una dietro l’altra, era strano che in quei tre giorni non fosse successo ancora nulla.
Cassie rise, vagamente isterica. “Non mi freghi, signorinella!”
“Scusa?” cheisi, senza capire.
Fece un’altro passo verso di me e questa volta, involontariamente, indietreggiai. Sembrava che quella grossa vena orribilmente gonfia e visibile sulla fronte potesse esplodere da un momento all’altro, e la cosa era tanto buffa e comica da risultare inquietante. Insomma, erano cose che succedevano nei cartoni, non nella vita reale!
“Smettila! Smettila subito di fare finta di niente! Vai subito a prenderla! Sei stata tu, ne sono sicura! Non c’è più!”
“Ma cosa?”
Iniziavo terribilmente a sentirmi accusata e non capivo di cosa. Avevo forse perso qualche sacco di merd- ... di concime?
“Quella zappa! Lo so che l’hai presa tu, stupida ragazzina! Non so cosa ti abbiamo insegnato, ma qui non si fanno queste cose! Ora, prima che chiami l’agente Watson, riportami quella zappa!”
E come un fulmine a ciel sereno capii. “Stai insinuando che io abbia rubato qualcosa?!”
“Una zappa! Non lo sto insinuando, lo so per certo!”
“Lo sai per certo?!” Il mio tono aveva giunto il livello dell’isteria. Ero indignata e assolutamente fuori di me. -"Che diavolo sai per certo, scusami?!”
Se Cassie era furiosa come una belva feroce a cui è stato sottratto un cucciolo, io rischiavo di non diventare meno iraconda di lei.
“Lo hai preso tu!” continuava a strillare. “E’ inutile che continui a fare la finta innocente, ragazzina, lo sappiamo tutti che se la colpa di qualcuno è la tua. Ginger ci ha messo secoli per insegnarmi ad aver fiducia di questi zoticoni di campagna e non ho mai avuto ragione di pentirmene! Poi arrivi tu, compari dal tuo treno e butti all’aria la nostra tranquillità con la tua totale incapacità! Chi, ora?! dimmi, chi può avermi sottratto quella zappa, se non una viziata e impertinente ragazzina di città?”
“Mi stai dando della ladra! Sei impazzita? UNA ZAPPA, POI! Ma dove diavolo me la metto una zappa, secondo te?! La incornicio in camera?! O la mando a casa come souvenir!? Dio, Cassie, ma ti hanno detto di berti una dannata camomilla e startene tranquilla, una buona volta?!”
La donna divenne livida di rabbia, e a quel punto iniziò a fare veramente paura. Se non fosse stato che ero così arrabbiata da fregarmene totalmente, forse a quel punto avrei capito che era il caso di chiudere il becco prima che...
“SEI LICENZIATA! LICENZIATA, LICENZIATA, LICENZIATA! Qualuno chiami il signor Watson, questa stupida ladra non deve passarla liscia!”
“Cassie, ma vaffanculo!” sbottai, girando sui tacchi e andandomene a piedi da qualche parte, senza nemmeno sapere dove. Mi limitai ad attraversare la piazza, gesticolando come una stupida, camminando spedita e parlando ad alta voce, da sola.

Cows and jeans. 17


17



Quello del viaggio di ritorno fu un tragitto accompagnato da risate e spensieratezza. Ogni preoccupazione per il lavoro perduto e quello da cercare era svanita, sostituita dall’immensa e rincuorante voglia di tornare finalmente a casa, almeno per qualche giorno. A Settembre sarei tornata in città –da papà, da Emily!- per una settimana, e i biglietti del treno erano già in viaggio per Sperdutolandia, per raggiungermi. Era solo Luglio, la metà del mese era passata da pochissimo, ma ero disposta ad aspettare pazientemente, purché Settembre si sbrigasse ad arrivare!
Ridevo e scherzavo con Kameron, raccontandogli una manciata di aneddoti di cui ero venuta a conoscenza grazie alle voci di corridoio, o che io o Emily avevamo vissuto di persona.
“...poi lei è entrata nel negozio di dischi e l’ha visto che abbracciava la sagoma di cartone di Amy Winehouse!”
Ridemmo fino alle lacrime, quasi, poi Kameron cercò di ricomporsi. “E’ molto fornito quel negozio di musica?” se ne uscì.
Diedi una scrollata di spalle. “Non è mai mancato ciò che stavo cercando” risposi.
Lui annuì. “Mi faresti una commissione quando torni in città, allora?”
“Direi che è il minimo, Kam, con tutti i passaggi che mi stai dando! Spara!” lo incoraggiai.
“Bang!” mimò una pistola con le dita.
Risi, presa di sorpresa da quel gesto. “Era pessima!” specificai, poi.
“Era geniale” obiettò Kameron. “E’ da un po’ che cerco il CD A Day At The Race dei...”.
“Queen!” completai, sorpresa.
“Esatto! Li conosci?”
Gli lanciai un’occhiata di sottecchi, sorridendo soddisfatta. Erano in pochi a condividere la mia passione per tale gruppo musicale, in città. Tutti erano fissati con l’heavy metal, l’hard rock, oppure l’house o qualcosa di tragicamente commerciale. Non che io fossi un’esperta di musica, ma non avevo mai sostenuto che vera musica fosse quella che ascoltavo io. Nonostante fosse buona musica. “E chi non li conosce? Non esiste nessuno che non conosca Somebody to love o I want it all!”
“Vogliamo parlare di We are the champion?”
“O di We will rock you?”
“I want to beak free?”
“Bohemian Rhapsody!” concludemmo in coro, sorridendo soddisfatti.
Avrei potuto citare mezza discografia ed era evidente che per lui valeva lo stesso –dalla sua espressione da esperto, almeno, era questo che si deduceva. “A day at the race, e sia” acconsentii, annuendo. “Sarà un regalo di ringraziamento”.
Kameron sbuffò, poi però mise su un’espressione colpevole. “Penso che questa volta accetterò senza fare molte storie. Mio padre non vuole che io spenda soldi in queste cose. In cambio, però, ti farò da tassista a vita!”.
Lo guardai di sottecchi. A Sperdutolandia non si potevano nemmeno spendere i propri soldi come si voleva? Non che i CD –CD di buona musica- fossero poi un modo per buttarli nel gabinetto, poi. Dovevo rassegnarmi: non mi sarei mai abituata agli usi di quel posto, checché continuassero a ripetermi. “Ma non diciamo sciocchezze, Kam. È così che hai iniziato con Agatha?” domandai, scherzosa.
Lui sorrise. “No, per lei è stato diverso. Fino all’anno scorso era sempre a casa di Dean a studiare. Più o meno, insomma. Ci provava a farmi studiare, almeno, ma non è servito a molto. I suoi ormai mi conoscevano, ero sempre da loro, quindi, vista la mia tendenza ad andare a zonzo in macchina anziché lavorare. A dire la verità preferisco fare qualunque cosa pur di non lavorare!”
“Ti capisco!”
Rise e continuò. “E così mi hanno chiesto di fare da autista ad Aggie, ogni tanto!” lo disse con un entusiasmo quasi immotivato. Sembrava estremamente orgoglioso di questo suo compito, come se finalmente avesse trovato il suo scopo nella vita. E, come avrei scoperto presto, era così. Come poco tempo dopo avrei saputo da Ginger, Kameron era sempre stato considerato uno scansafatiche, solo perché un po’ pigro. Era sempre stato per tutti un fannullone, quando in fondo bastava accostargli una persona che lo spronasse debitamente e un po’ più spesso per fargli fare tutto il suo dovere. Ecco perché era sempre con Agatha, che con la sua severa autorità non si lasciava mettere i piedi in testa nè coinvolgere dalle trovate di Kameron per distrarsi dal lavoro.
“Dean ce l’ha con il mondo intero o solo con me?” me ne uscii, con solo una punta di interesse nella voce. Se ce l’aveva con tutti non mi interessava particolarmente –problemi suoi!-, ma se il suo problema ero io un po’ mi scocciava. Insomma, non gli avevo mai fatto nulla di male!
Lui diede una scrollata di spalle. “E’ così con tutti. Ha un carattere un po’ particolare...”
“Da dove vengo io si dice pessimo, non particolare!”
Kameron scoppiò a ridere, anche se dall’espressione che prese dopo averlo fatto, si notò che avrebbe preferito essersi trattenuto. Per rispetto dell’amico, forse. “E’ un bravo ragazzo. E’ stato il mio unico amico per tanto tempo, e io il suo...”
Sgranai gli occhi.
Ok, che Dean fosse un cretino scorbutico era lampante, e che non avesse altri amici oltre Kameron non mi stupiva più ti tanto. Ma Kameron? Come poteva avere solo un amico? Insomma, era un tipo a posto! Divertente, ottimista, disponibile e gentile.
“Non hai altri amici oltre Dean?!” me ne uscii, con davvero poca delicatezza. Subito dopo me ne resi conto, e abbassai il capo. La solita similitudine dell’elefante nel negozio di porcellane ci sarebbe stata da Dio. “Scusa, non volevo. Fingi che non abbia detto niente”.
Ma come al solito Kameron ignorò le mie scuse. “Be’, sì. Non sono molto popolare quaggiù, specie a scuola. Mi ritengono... strano, immagino”.
Lo guardai confusa. “Strano? Tu?! Ma se sei la persona meno stramba che io abbia incontrato qua!”
Lui rise. “Non devi aver incontrato tanta gente, allora!”
“No, in effetti no” ammisi. “Ma vivo con Dean e ho visto Terrence entrare nel bar di venerdì pomeriggio, chiedermi cosa stessi facendo mentre parlavo al telefono e perché non ci fosse nessuno, per poi uscire subito dopo! Ora dimmi che lui è normale, e quando comparirà sul cofano dell’auto lo Stregatto non mi sorprenderò più di tanto!” esclamai, indicando il posto citato.
Non ci capivo più nulla. Se Kameron era strano di sicuro sarei stata considerata una pazza isterica! Il che forse era anche corretto, ma insomma! Kameron strano?!
Scoppiò a ridere come un matto e continuò per cinque minuti d’orologio, senza fermarsi un secondo. Ad un tratto pensai di fargli male così che smettesse ed evitasse l’arresto cardiaco, ma sembrava così stare bene anche senza respirare, che alla fine la sua risata mi contagiò.
Quando smettemmo eravamo già arrivati a casa di Abraham e Kameron parcherggiò nell’aia. Mentre scendevamo Dean si alzò da inginocchiato accanto alla staccionata che era, appoggiò il pennello con cui stava dando la seconda mano di vernice al legno e venne verso di noi. “Ah, pensavo mi avessi dato buca!” esclamò rivolto a Kameron. Poi si voltò verso di me. “Non fargli perdere tempo, ok? È già uno scansafatiche per sua natura!”
Incrociai le braccia, decisa a rispondere senza perdere le staffe. “Cos’è, hai paura che io sia un’amica migliore di te?”
“Ne dubito, principessina. Che ne dici di farti qualche altro amico e imparare quel’è il tuo posto?”
“Nààh, credo che usurperò il tuo” ribattei con nonchalance. Ero di ottimo umore dopo la notizia datami da mio padre ed ero decisa a non farmi rovinare quel momento di allegria da niente e soprattutto da nessuno. “Dov’è Abe?” domandai. Volevo dargli la notizia.
Dean fece una smorfia. “Dove passa tutto il suo tempo di Venerdì” rispose.
Ovvero nel pollaio. Nonno Abraham era sempre stato molto legato alle sue galline, da che ricordassi. Infatti, come Dean mi aveva detto il primo giorno, non si fidava di lui a tal punto da lasciarlo prendersi cura dei polli. I suoi adorati pennuti! Ridacchiai, mentre correvo verso il pollaio. Entrai spalancando rumorosamente la porta e facendo agitare tutte le galline. Facendolo, mi tornò alla mente una scena di tanti anni prima.
Una piccola me stava correndo nel cortile. “Nonnoooo! È pronto da mangiareeee!” stava gridando.
La bambina era entrata nel pollaio sbattendo la porta, ridendo e gridando con entusiasmo, terrorizzando in questo modo i pennuti starnazzanti.
“Nonno è pronto!” aveva gridato la piccola me.
“Pan, non urlare, fai paura ai polli”.
La piccola aveva riso. “Ma è divertente, nonno! Guarda, nonno, scappano!” continuava a strillare, divertita.
Abraham aveva sorriso appena e le aveva tappato la bocca con una mano. “Sai cosa succede, quando le galline si prendono molta paura?”
La piccola me aveva scosso il capo e il nonno aveva continuato: “Non fanno più le uova”. La bambina aveva sgranato gli occhi e abbassato tristemente il capo. Si era sentita in colpa, tutto d’un tratto.
“Oh, non c’è motivo di essere tristi, ora. Adesso lo sai, quindi non corriamo più alcun rischio! Forza, andiamo a mangiare!”
Quel ricordo mi fece sentire dannatamente in colpa e richiusi la porta dolcemente, come per rimediare al baccano fatto aprendola. “Scusa, non volevo spaventarle” sussurrai, senza muovermi dalla soglia.
Forse era fin da quel momento che avevo iniziato a guardare con diffidenza e rispetto i pennuti. Erano evidentemente più fragili di quel che si pensava, ma nonostante ciò mi parevano piuttosto infide. Non mi piacevano: era quasi un ricatto quel ‘fammi paura e non ti dò più uova!’.
“Non preoccuparti. Lascia pure la porta aperta, possono uscire in cortile. No, aspetta” si interruppe. “il ragazzo dei Towell c’è ancora?” domandò.
Annuii. “Sì, sta parlando con Dean.” Confermai.
Abraham scosse il capo. “Be’, allora usciranno più tardi. Non voglio che quello zuccone ne investa qualcuna, andandosene” brontolò, scortandomi fuori.
Una venerazione. Aveva una vera e propria venerazione per quei pennuti. Io ero l’ultima a poterlo biasimare per questo, vista la mia devozione per quella meravigliosa bestia che è la mucca, ma non approvavo. Insomma, come ho già detto non mi piacevano molto le galline. Era una questione di pelle, proprio. Capita che qualcuno ci stia antipatico a prescindere da tutto, no? Per me e le galline era la stessa cosa. Anche per le pecore a dirla tutta. Non era normale che ci fossero certi animali che mi dessero così sui nervi, probabilmente, ma, ammettiamolo, cosa avevo io di normale?
“Hey, nonno” iniziai, mentre camminavo al suo fianco verso la casa. “ho parlato con papà, al telefono”.
“Sì?” Sembrava davvero poco interessato, ma non lo biasimavo. Dopotutto lo aveva abbandonato a se stesso nel momento del bisogno, quel trattamento era il minimo.
“Sì. Mi ha detto che lui e mamma hanno spedito due biglietti del treno per farmi tornare a casa qualche giorno, a inizio Settembre” dissi, sorridendo allegra.
Lui fece una smorfia, spalancando la porta ed entrando in casa.
Lanciai un’occhiata a Dean e Kameron che chiacchieravano nello stesso punto di prima, poi lo seguii dentro.
“C’è la scuola a Settembre” disse, vedendomi raggiungerlo in salotto. Si sedette sulla sua poltrona.
Battei le palpebre, confusa. “Inizia l’1?” chiesi. Ok, avrei dovuto essere esaltata per la somglianza con Hogwarts, ma decisamente non mi pareva il caso di esserne felici, se ne andava del mio limitato ritorno a casa.
Abraham sbuffò. “Cosa ne so, chiedi a quei due zoticoni là fuori” brontolò, afferrando un libro e aprendolo.
Feci una smorfia e andai ad affacciarmi alla finestra. “Kameron, quando inizia la scuola?” strillai.
Dean disse qualcosa ed entrambi risero. Se gli pareva il momento adatto per fare battutine idiote si sbagliava di grosso.
Sbuffai, poi l’interpellato mimò con le mani un dieci e un due. Sarebbe iniziata il dodici, quindi? “Grazie!” urlai in risposta e rientrai. Probabilmente sarebbe iniziata il dodici, il che significava che avrei avuto tutto il tempo di tornare a casa e poi godermi gli ultimi giorni di vacanza a Sperdutolandia. Sì, bè, ‘godermi’ e ‘giorni di vacanza’ erano paroloni, visto che avrei dovuto lavorare, ma comunque non c’era scuola.
“Abe, le lezioni iniziano il 13 a detta di Kameron” comunicai, sorridendo sollevata.
Lui sbuffò di nuovo, come a manifestare la sua disapprovazione per essere stato disturbato mentre cercava di leggere. Avrei voluto protestare: in fondo io stavo cercando di avere una conversazione da prima che lui aprisse il libro, avevo la precedenza!
Abraham non rispose e io rimasi ad osservarlo in attesa per quelli che sembrarono minuti interi.
“Mi hai sentito?” sbottai infine, scocciata.
“Sì, la scuola inizia il 12. Bene, avrai tutto il tempo per tornartene a casa. Ma qual’è poi il problema, se c’è scuola?” bofonchiò, scocciato.
Sorrisi, rendendomi conto di quale fosse probabilmente il problema. “Nonno, starò via una settimana e tornerò qui” lo informai, parlando lentamente, ma senza sillabare come se stessi parlando ad un ritardato –cosa che sapevo non sarebbe stata apprezzata per niente. “Non rimarrò in città”. Che temesse di essere abbandonato nuovamente a se stesso? Potevo capirlo e non volevo che accadesse. Non aveva idea di quanto io mi sentissi già in colpa per l’abbandono –indipendente dalla mia volontà- degli anni passati. Pensai che forse avrei dovuto parlarne con mio padre, una volta incontratolo di persone. Mi dispiaceva enormemente per ciò che lui aveva deciso dopo la morte della nonna e avrei voluto che recuperasse quell’assenza con almeno qualche visita ogni tanto. Sia a lui che a me. Perché in fondo era ormai chiaro che sarei rimasta a vivere a Sperdutolandia per molto tempo. Probabilmente sarei stata autorizzata ad andarmene solo quando avrei imparato a cavarmela da sola, senza l’aiuto di nessuno. Quando avrei imparato a lavorare, guadagnarmi il pane quotidiano e chissà cos’altro. Giorno tuttavia tristemente lontano, ahimè, visto come stavano andando le cose.
Abraham non rispose, fingendosi nuovamente immerso nella lettura. O forse vi era immerso realmente, ma mi pareva strano che potesse riuscire così facile ignorare una persona. Insomma, quando volevo ignorare Joshua in uno dei suoi attacchi di irritante vitalità –che duravano intorno alle ventiquattro ore ed erano quotidiani- non riuscivo a far finta che lui non ci fosse e a concentrarmi sulla lettura, per quanto mi impegnassi. Lui era molto più esuberante della mia capacità di concentrazione.
Sospirai e decisi di provare a parlargli in modo gentile. “Nonno?”
Lui grugnì, in tutta risposta. Probabilmente voleva dirmi che mi stava ascoltando.
“Non ho intenzione di andarmene tanto presto. Non per sempre, almeno”. Non che io ne abbia la facoltà, comunque. Ma anche avendola avuta dubitavo che me ne sarei andata e l’avrei mollato lì da solo. Mi stavo affezionando –di nuovo- a lui, nonostante tutto.
Lui rimase in silenzio ancora un po’, periodo durante il quale io rimase immobile a fissarlo, in attesa. Alla fine Abraham sbuffò. “E va bene, ho capito! Evviva, vai a casa una settimana! Guarda come sono felice per te. Contenta ora? Fila fuori di qui e lasciami in pace, adesso!” sbottò, burbero, tutto d’un fiato.
La sua reazione mi fece scoppiare a ridere, ma decidendo saggiamente di non giocare troppo col fuoco, corsi in camera mia a scrivere qualche pagina del diario da spedire ad Emily.

26 gennaio 2012

Scusi




Scusi, sarebbe disposta
a sopportarmi quando sclero
a coccolarmi quando ne ho bisogno,
a non farmi sentire solo?
No? Ok, allora niente...


Ancora me lo chiedo perchè si ama.
Forse è qualcosa di innato, oppure
ce lo insegnano mentre diventiamo grandi
Io ancora non l'ho capito cosa significa,
diventare grandi, dico


Scusi, se ho bisogno di un abbraccio,
o di una persona con cui vivere,
non è che potrebbe darmi la dispo....
No? Ok, non fa niente


Sembra stupido aver bisogno di un contatto fisico,
quando  i sentimenti si dimostrano in altro modo
ma, sarà il DNA, sarà quel che sarà,
ma la sicurezza si ricerca in modi non congeniali
sicurezza di essere meno soli, di potersi
almeno
guardarsi negli occhi


Scusi, ogni tuo passo, ogni
tua sillaba, è poesia.
No? Non attacca? Posso fare di meglio?
Niente? E se le prendo un mazzo di fio...?
Ok, andrà meglio la prossima volta


Ma la vita è un grande giardino e..
..e non c'è un fiore, non un albero
che valga i tuoi petali che mi baciano
il tuo naso che mi sfiora
e casa mia è ovunque sei tu


Io ancora non lo so perchè si ama.
Proust dice che l'amore adulto dice:
Ho bisogno di te perchè ti amo
Bukowski dice che dell'amore adulto
Proust non c'ha capito un cazzo


Ma la vita è un grande giardino
e a me non interessa niente di quanto è grande
l'unica vera primula che bacia il sole all'alba
e che lo commuove alla partenza
quella è la primula che tieni fra i capelli