13 gennaio 2011

Symphathy for the devil

Symphathy for the Devil
Symphathy for the devil è una canzone dei Rolling Stones del '68.
Come il lettore avrà potuto, a torto, interpretare, la canzone è l'ennesimo inno satanista.
In realtà, il testo è stato scritto da Mick Jagger, frontman del gruppo ed interessato alla letteratura russa e, in particolare, al libro 'Il Maestro e Margherita', un simpatico tomo sulle 700 pagine che comincia con la presentazione del diavolo. Anche negli anni '70 si giudicavano le canzoni dai titoli, traducendo l'inglese alla bell'e meglio.
Il resto della canzone non si ispira più di tanto al libro, Mick prende giusto l'ispirazione, ma parla in prima persona, interpretando il diavolo, riesumando i capitoli più abominevoli della vita umana.
Da un punto di vista prettamente ateo, il diavolo perde pian piano, nel corso della canzone, il suo significato esoterico e diventa la personificazione del male dell'uomo  (Gridai:"Chi uccise i Kennedy?"quando dopotutto fummo voi ed io).
La canzone, che forse a sentirla rende di più che con un semplice commento di un fan degli Stones, non è certo un inno satanista, ma un rifiuto, celato da un tono ironico, di tutti gli omicidi, le stragi, e soprattutto le ipocrisie degli ignavi: viene condannato Pilato, come chi ha alimentato l'odio contro i Kennedy.
Symphathy for the Devil, a benvedere, rispetta tutti i punti del movimento Flower Power successivo alla Seconda Guerra Mondiale, racchiudendo dentro di sè un forte odio, ed una forte abnegazione per la guerra (il diavolo era un generale di una non specificata fazione, forse quella nazista), le strage degli innocenti (i trovatori di Bombay), le rivoluzioni 
sanguinose ( a San Pietroburgo, quelle di Febbraio e di Ottobre.
Ovviamente, dovremmo soffermarci su ognuno di questi punti, ma richiederebbe più tempo di quanto lo scrittore vorrebbe ed aiuterebbe meno di quanto il lettore vorrebbe, e, forse, potrebbe avere l'effetto contrario.
Se c'è una cosa vera, però, e che la canzone è, di fatto, un testo poetico soggetto ad interpretazioni, e nessuno, qui, ha intenzione di forzarle.
Vi lascio con il testo della canzone

08 gennaio 2011

Cows and jeans.6

La mattina seguente mi svegliai a causa di qualcuno che assestava forti colpi alla porta della mia stanza. “Muoviti, principessa!”
Lo stordimento post-riveglio, che solitamente mi accompagnava fino a metà mattinata, svanì in un istante. Il solo appellativo “principessa” pronunciato o meno con scherno bastò a farmi ricordare di non essere a casa mia. Quella semplice parola aveva attivato il mio cervello facendo sì che i ricordi della giornata precedente mi si riversassero addosso come una secchiata d’acqua gelata. I sentimenti negativi che la notte aveva fatto assopire si ridestarono in un batter d’occhio e vestirono in fretta gli abiti di una profonda rabbia ornata di frustrazione. Svanito l’effetto più o meno rilassante della doccia, era inevitabile che questa tornasse a farmi visita, e in un certo senso fu un bene. Preferivo decisamente la rabbia alla tristezza che mi bloccava il cervello in una fase di pessimismo e inattività. Con la furia invece, ero sempre portata a reagire. Ora nessuno poteva impedirmi di prendermela col mondo intero.


“Sta’ zitto!” brontolai, affondando il volto nel cuscino, cercando di ricordarmi come si usava il mio corpo. Quelle semplici parole bastarono a far capire a Dean che era riuscito nel suo intento, che quello fosse svegliarmi o farmi arrabbiare prima ancora di prendere conoscenza.
Mentre cercavo di capire come fare per riuscire a muovermi come una persona normale anzichè come un gorilla scoordinato e mi rivestivo in fretta, capii che se non volevo passare una giornata come la precedente mi sarei dovuta appoggiare al mio Manuale di Sopravvivenza e così feci.
Regola numero uno: non piangere.
Ero abbastanza sicura di non star piangendo. Anche perchè ero più arrabbiata che disperata, in quel momento. Tuttavia mi tastai le guance e battei le palpebre più volte, testando che le prime erano asciutte, mentre gli occhi erano privi di quel senso di “secchezza” che li riempiva dopo aver pianto.
Capii di non aver pianto nemmeno nel sonno e ne fui soddisfatta. La piccola Pan, forse, stava riuscendo a farsi forza e ad affrontare la vita come un’adulta.
Respirai a fondo per far fronte anche alla seconda delle regole, e recuperai un po’ di calma. Decisi di aprire la finestra per cambiare aria, mentre mettevo in moto il cervello per trovare i tre fattori positivi nella situazione. Quella era la fase più importante del procedimento, in modo da riuscir sempre a vedere con ottimismo ogni situazione e non sprofondare nello sconforto.
Spalancai i vetri e guardai fuori, respirando a fondo. L’aria fresca e pulita mi riempì i polmoni, mentre la luce rosea e celeste del sole non ancora sorto mi riempiva il cuore. Non mi ero mai svegliata così presto da vedere il sole sorgere.
Guardai rapidamente l’ orologio a muro e scoprii che erano le cinque e mezza.
No, mai così presto in vita mia.
Inspirai a pieni polmoni nuovamente, godendomi quel senso di pulizia che l’aria pura lasciava nella mia mente e dentro il mio torace.
L’ultima volta che avevo assaporato aria così limpida era stato in montagna, durante una delle vacanze annuali della mia famiglia in hotel di lusso. Avevo sempre pensato che andare a vivere in campagna fosse la cosa più bella del mondo. Questo ovviamente prima che fossi spedita come un pacco postale a Sperdutolandia, dove la vita procede scandita dalle regole di un vecchio scorbutico  privo di tatto, la doccia va fatta fredda e breve –come se fosse umanamente possibile stare a lungo sotto un getto d’acqua gelida!- e gli errori vengono puniti lasciandoti senza mangiare ...Ma, miseriaccia, nemmeno nel Medioevo! E che cavolo!
Sbuffai e guardai l’orizzonte. Il paesaggio era indubbiamente stupendo a quell’ora, con la luce rosea del sole non ancora sorto del tutto a pitturare la terra e il cielo come in una fiaba.
Come poteva quel luogo stupendo essere il mio girone dell’ Inferno? Di certo la mia pena non era stata scelta per contrappasso, visto che la solitudine della città mi aveva seguita fino a là, e anche il senso di inadeguatezza.
Ma dove diavolo era il posto adatto a me? Ero destinata a passare da un luogo ad un altro, spedita come un pacco postale da persone stufe della mia apatica e noiosa presenza?
Diedi un pugno al davanzale. Non potevo permettermi di farmi prendere dallo sconforto fin dalla mattina presto. Riportai con la forza la mente al mio Manuale di sopravvivenza e sospirai.
Non era giusto riutilizzare gli elementi positivi del giorno precedente, quindi misi in moto il cervello per trovarne altri tre nuovi. Il primo era sicuramente non essermi lasciata prendere da una delle mie crisi di pianto. Ne trovai altri due decisamente poco validi: avevo visto l’alba e non ero in ritardo per la colazione. Non ancora, almeno. Non erano abbastanza per costituire gli ultimi due elementi favorevoli, quindi decisi di unirli per formare insieme il secondo. Per quanto riguardava il terzo...
Persi lo sguardo nell’orizzonte finchè non sentii un rumore provenire da sotto di me.
Mi sporsi dal davanzale e vidi il nonno camminare goffamente fino al pollaio –che fortuna!, era proprio sotto alla mia finestra- e aprire il chiavistello facendo uscire le galline.
Alzò lo sguardo e mi vide.
Indugiò qualche istante poi abbozzò un sorriso tipico di chi non è abituato ad essere gentile. Chissà perchè non l’avrei mai messo in dubbio.
“Buongiorno” borbottò, imbarazzato dal tentativo di gentilezza.
Mi sforzai forse più di lui per non chiudere la finestra senza rispondergli e lo salutai con la mano, incerta. Insomma, non volevo che pensasse fossi un’ingrata, era pur sempre mio nonno. Però ero arrabbiata. Ma... oh, e che cavolo! Ero lunatica, ok? Il fatto che mi avesse riservato quella minuscola attenzione –nonostante sapessi che il saluto non si nega a nessuno- mi aveva riempito di nuova speranza.
Richiusi la finestra e sorrisi tra me. Bene, se quella piccola scintilla di speranza –che ovviamente era diventata il mio terzo punto positivo- si era riaccesa l’avrei alimentata io, e l’avrei sfruttata per illuminare un po’ quella zona ombrosa che mi circondava. Non potevo di certo considerarla oscurità, alla fine non era così tanto tragica la situazione.
E così, risollevatami con l’aiuto del mio Regolamento, scesi in cucina prima delle sei e, accertatami che Dean fosse ancora chiuso in bagno, preparai la colazione per tutti e tre.
La prima impressione era stata orribile. Sia la mia su quel luogo, sia quella del luogo su di me, evidentemente.
Mentre consumavamo le frittelle che avevo preparato mio nonno se ne uscì con un “Non sono male” che mi riempì mio malgrado di orgoglio. Insomma, sapevo di non essere una maga ai fornelli, a dirla tutta non cucinavo quasi mai, tranne quando riuscivo a convincere i miei a lasciarmi a casa da sola con la scusa del molto studio mentre loro si trascinavano Joshua da qualche parte per il weekend. Però il fatto che qualcuno mi dicesse che stavo facendo qualcosa di giusto mi diede un’ulteriore carica. Allora non mi rendevo conto di quanto potessi sembrare –o forse anche essere- una ragazza cresciuta con carenze di affetto ed attenzioni.
“C’è altro che sai fare?”
“Per esempio?”
“Oh, disegnare fatine e unicorni, ovviamente.” Fu il commento tagliente di Dean, che si guadagnò la seconda rispostaccia della giornata dopo solo mezz’ora che ero sveglia.
“Io mi limito alle cose esistenti, le creature delle fiabe le lascio a quelli che si fumano lo sterco di pecore” borbottai.
Abraham ignorò la risata di Dean e la mia espressione contrita. “Pulire, fare la lavatrice. Occuparti degli animali.”
Feci una smorfia, tornando a guardarlo. “Che tipo di animali?”
Se mi avesse risposto pecore, lo avrei ucciso. Odiavo le pecore. Erano così … ottuse. Mi ricordavano tanto tutti i ragazzi che seguono le mode senza un minimo di gusto o stile personale. Non che io modificassi le mode secondo i miei gusti, ovviamente. Io non le seguivo e basta.
Inoltre, sinceramente, mi facevano paura. Non so perché, ma le trovavo inquietanti.
“Folletti e gnomi”
“Quelli non sono animali, ma esseri semi-umani” lo corressi, con incuranza, continuando a guardare il nonno in attesa di una risposta.
“Galline e un paio di maiali.”
Grazie al cielo.
“Non abbiamo bisogno di lei, Abe” intervenne  Dean. “Insomma, alle galline ci pensi tu, io ai suini e a tutto il resto. Se vuole lavorare può occuparsi della casa o cercarsi un lavoro. Io non ho intenzione di farmi licenziare, non posso permettermelo.”
Osservai i due riflettere sull’osservazione del ragazzo. Io rimasi in silenzio, in fondo non c’era differenza per me tra lo sgobbare in quella fattoria, in quella vicina o nel bar. Tranne per il fatto che forse da qualche altra parte avrei potuto trovare un telefono o un po’ di gentilezza in più.
Tuttavia in angolo nel mio cervello una vocina stava obiettando che non era giusto che fossi io a trovarmi un lavoro lontano da quella che era casa mia per lasciare il posto al biondino irritante lì presente. Tuttavia, ridacchiando dentro di me per l’infantilità di quella voce, decisi che non era il caso di esprimere quelle parole ad alta voce, specialmente in un momento in cui tutto sembrava piuttosto tranquillo, nonostante la mia rabbia ancora in agguato dietro l’angolo.
“Che ne pensi, Pan?”
“Eh?”
Dean sbuffò sonoramente e alzò gli occhi al cielo. “Come volevasi dimostrare. Cosa ci guadagni a dare un lavoro qui alla principessa degli gnomi al posto mio, quando non è nemmeno in grado di rimanere con la mente presente cinque minuti?”
Gli lanciai un’occhiataccia. “Sempre meglio una con la testa tra le nuvole che un insopportabile pallone gonfiato con manie di grandezza.” Ribattei, acida. Poi mi volsi nuovamente lo sguardo a Abe.
“Preferisci occuparti della casa o cercarti un lavoro in paese?”
Paesepaesepaesepaese! Fatemi andare via di qui, fatemi incontrare qualche essere umano dotato di senso dell’umorismo!
“Be’, come dovrei raggiungere il paese?”
“Volando.” Sbuffò Dean.
Lo ignorai. Capivo che il povero piccolo Dean Thomas amasse il Quidditch e volesse viaggiare costantemente volando sulla sua scopa, ma non mi pareva il caso di svelare a tutti i Babbani di Sperdutolandia l’esistenza del Mondo Magico solo a causa della sua incapacità di contenersi.
Involontariamente ridacchiai e lui pensò che stessi ridendo per la sua orribile battuta e non per il sarcasmo in cui galleggiavano i miei pensieri.
“Io vado in paese ogni mattina alle sette.” Spiegò Abraham. “ti potrei portare in macchina. Oppure puoi comprarti un cavallo al maneggio dei Wolfs.”
Cavallo?
Sgranai gli occhi. Ok le pecore, ma … muoversi a cavallo? Dov’ero capitata, nel far west?
Dalla mia espressione Abe capì che aveva detto qualcosa di sbagliato. “… a meno che qualcun altro non ti dia un passaggio. Non hai una macchina, giusto?”
“No, non ce l’ho … ” sospirai, sconsolata. “Un cavallo…?” articolai a fatica. Non potevo proprio crederci.
“Stava scherzando, Vostra Maestà” soffiò Dean, con disprezzo. Alzò gli occhi al cielo e si alzò a lavare la sua tazza. Ovviamente non aveva nemmeno guardato le mie frittelle e si era limitato al caffè.
“Oh” sussurrai, arrossendo. Che emerita figura del caz- …cavolo! E avevo anche il coraggio di criticare il senso dell’umorismo di quella gente?
Oh, in effetti non è che brillassero di simpatia. Che razza di battuta era quella?
Piantala, Pan. Non cercare di svicolare: hai fatto una figuraccia assurda e devi prenderne atto.
Oh Merlino. Era vero.
Che figura.

Alle sette in punto, Abraham mise in moto la sua sgangherata auto -che non ebbi voglia di identificare- e partì lentamente verso il paese. La macchina si lasciava alle spalle un polverone incredibile, degno di quello che nei cartoni animati si alza dietro ai personaggi che corrono.
Ero seduta sul sedile del passeggero e osservavo il paesaggio: campi, campi, campi, qualche fattoria, pecore, pecore, alcune galline nell’aia di una casa … mucche!
“Sono mucche, quelle?” domandai, realmente interessata.
Quegli animali mi erano sempre piaciuti un sacco. Li trovavo … incompresi, senz’altro. Ma soprattutto dolci. Quando andavamo in montagna, quando ancora papà e mamma stavano insieme, facevamo lunghe passeggiate nei pascoli tra queste bestie e avevamo il permesso di accarezzarle. Mi erano sempre piaciute, sì. Forse per i bei ricordi che erano legati a questi animali, o forse semplicemente perché sono strana e i miei gusti non seguono alcuna logica.
Insomma … odio le pecore e amo le mucche. Non deve esserci per forza un perché, no?
“Ah-ah” annuì Abe. “Quelle laggiù e destra sono dei Towell. Noi abbiamo smesso di tenerle dieci anni fa. Come mai lo chiedi?”
Mi voltai a guardare le piccole sagome degli animali in lontananza, sorridendo. “Adoro le mucche.”
Abraham abbozzò un sorriso, senza schiodare gli occhi dalla strada.
Rimanemmo in silenzio per un po’: il paese ancora non si vedeva da nessuna parte. Secondo Abraham distava giusto dieci minuti dalla sua fattoria.
Ad un tratto tossicchiò attirando la mia attenzione. “Come sta tuo padre?” borbottò, stringendo le mani attorno al volante. “Lui e la Donna non stanno più insieme, vero?”
Rimasi in silenzio qualche istante, voltandomi ad osservarlo. La Donna. Non doveva stargli particolarmente simpatica la mamma.
Mi piaceva!
“No, da un sacco di tempo ormai. Mamma si è risposata” parlavo con voce atona, come se ogni emozione riguardo a quella storia fosse svanita da tempo. Forse era così. Certo, a volte faceva ancora male pensare ai miei genitori quando ancora erano sposati. Allora era tutto più semplice e molti dei miei problemi non esistevano. La nostra un tempo era una famiglia tranquilla, felice. Io e Joshua due bambini sereni e allegri, uno molto vivace, l’altra con la testa perennemente persa nei cartoni animati o nei suoi amati libri. Mi mancavano quei momenti, ma avevo deciso di smettere di starci male. Le cose erano cambiate e niente sarebbe più tornato come prima. Poco male, insomma. Il tempo scorre ,passa. O almeno era quello che mi ero sempre obbligata a credere. “Papà sta bene. Non vive più con noi, ma passa molto tempo a casa nostra. Non vuole che George faccia la parte del padre con noi.” Cosa di cui gli ero immensamente grata. “Non sembra infelice.” Conclusi, con un mezzo sorriso.
Abe annuì. “Parlami di tuo fratello”
Mi trattenni a stento dallo sbuffare. Sempre lui. “Joshua? Ha diciassette anni ed è un cretino. Semplice.”
Abraham rise. “Sei tale e quale a tuo padre” commentò, continuando a sorridere alla strada.
Voltai di nuovo il capo verso il mio finestrino e sorrisi raggiante.
Con quella singola frase il nonno si era meritato tutto il mio favore.
Non sentivo più la rabbia di quella mattina, sostituita da una rinnovata speranza verso quell’uomo e quel posto. Forse un piccolo posticino per me a Sperdutolandia c’era, in fondo.
“Siamo arrivati.” Mi comunicò l’uomo indicando un agglomerato di case in fondo alla strada.
Annuii, cercando di farmi coraggio. Avrei trovato un lavoro da lì a poco. Se avessi saputo che sarei finita a lavorare in un bar del far west o in una fattoria col cavolo che sarei andata al liceo.
Well, Pan. Welcome in Sperdutolandia-Town!

30 dicembre 2010

I felt in love with Santa Claus.

I fiocchi di neve scendevano volteggiando lentamente nell'aria, un'atmosfera accogliente aveva inondato la città e gli auguri scambiati anche tra sconosciuti risuonavano nelle strade, rendendo il tutto ancora più magico.
Come ogni anno Lei era uscita di casa a metà pomeriggio e aveva vagato per i negozi alla ricerca dei regali dell'ultimo minuto, o forse sarebbe stato meglio dire tutti  i regali. Era una ritardataria nata, faceva tutto all'ultimo secondo, facendosi prendere dalla fretta solo quando non aveva realmente più tempo; prendeva tutto con calma, era un po' la sua filosofia di vita: rimandare a dopo ciò che si potrebbe fare ora, ma soprattutto pensare alle cose sul momento. 
Rifugiata al calduccio di tutti gli strati di lana e piumino che aveva addosso, ben coperta da sciarpa, guanti e berretta, i regali tutti finalmente riposti nei sacchetti che teneva tra le mani, Lei osservava le luci natalizie che illuminavano di giallo, bianco e, qua e là, rosso le strade del centro, una sensazione di allegria e dolce attesa nel cuore. Quasi preferiva la Vigilia al giorno del Natale; anzi forse senza quasi. Il ventiquattro e i giorni precedenti erano sempre pervasi da quell'atmosfera familiare che accomunava tutti, clienti e negozianti, grandi e bambini, amici e sconosciuti.
Lei sorrise vedendo dei bambini correre nella direzione di un uomo vestito da Babbo Natale. "Uo-oh-oh!" li salutò lui, abbracciandoli. 
Nella sua mente risuonò la profonda e calda voce di Andrea Bocelli che cantava Santa Claus Is Coming To Town. Ridacchiò tra sè. Con quella colonna sonora tutta la scena sarebbe risultata ancor più perfetta.
Prendendosi tutto il tempo per godersi l'atmosfera Natalizia che mai come nella vigilia riscaldava gli animi delle persone, si incamminò verso casa. Lì, ne era certa, la aspettavano i biglietti di auguri da preparare davanti ai soliti bei film natalizi e una tazza di cioccolata fumante.
Era sempre così bello attendere l'arrivo del Natale. Ogni anno ci si riuniva per cena e qualche volta si attendeva che i bambini andassero a letto per poi sgattaiolare fino all'albero, sotto al quale si lasciavano i doni da parte di Babbo Natale. Lei era riuscita a farlo solo un paio di volte -la sua sorellina non era poi così piccola e lei non era poi così grande per averlo potuto fare di più. 
"Lei!" la chiamò una voce che conosceva bene. "Dove stai andando?"
Era stato proprio il Santa Claus della piazza a chiamarla. "Non mi hai ancora detto che regalo devo portarti stanotte!"
Lei gli sorrise e aspettò che lui la raggiungesse. "Uhm... vediamo... be', vederti scendere dal camino sarebbe proprio il massimo ma temo non sarà possibile, giusto?"
"Direi di no". Il ragazzo rise e fece per togliersi la barba, ma Lei lo fermò. Perché deludere i bambini proprio il giorno della vigilia? Se pensavano che quel ragazzo coi vestiti di qualche taglia più grandi fosse il tanto amato Babbo Natale glielo avrebbero lasciato credere. "Non ci si comporta così Babbo!" lo rimproverò, divertita.
Lui borbottò qualcosa sul fatto che era stata Lei ad obbligarlo a prendersi quel ruolo. 
"Oh, è solo per un giorno! Se ti può far sentir meglio, ti prometto che quando torneremo a scuola non lo dirò a nessuno!"
"Dici bene! Lo hai già raccontato a tutti, Lei!"
La ragazza rise di cuore. "Non è vero, è stata Meg!"
"Sì, certo, diamo la colpa agli altri" il ragazzo si grattò la barba finta. "Mi sono cacciato in un bel guaio mettendomi con te, vero?"
Lei rise e si guardò attorno, osservando rapita per l'ennesima volta le vetrine dei negozi del centro. "L'importante è che sia un bel guaio, no?" gli sorrise. 
Il povero Babbo Natale improvvisato alzò gli occhi al cielo, divertito.
Sorrise a sua volta e chinò il capo su di lei. "Questo è poco ma sicuro" rispose, avvicinandosi per darle un bacio.
Lei lo guardò fisso negli occhi qualche istante, poi lo spinse via, fingendosi offesa, prima che il ragazzo potesse anche solo sfiorarla. "Allora di che ti lamenti!?" rise. "Ti faccio notare che quei ragazzini stanno aspettando solo te!" 
Lui volse lo sguardo verso la sua "slitta": un gruppetto di bambini lo guardavano ridacchiando allegri. 
"Forza, Harry!" lo incoraggiò Lei, serena. Si spostò dietro di lui e iniziò a spingerlo verso il gruppetto. "Ecco a voi il vostro Babbo Natale!" proclamò raggiante. "Mi raccomando, ditegli ciò che volete che vi porti, penserà lui a tutto il resto!"
Harry sospirò rassegnato alla gioia che ogni anno pervadeva ogni cellula del corpo di Lei nel periodo natalizio. "Uo-oh-oh! Buon Natale!" recitò, cercando di mettere più allegria possibile nella frase.
Lei rise. "Buon Natale, bambini! Ciao, Babbo!" la ragazza si sistemò la papalina sulla testa e poi si incamminò sorridente verso casa.
Povero Harry! Era riuscita ad incastrare anche lui!
Ogni anno obbligava i membri della sua famiglia e i suoi amici a fare qualcosa di carino per Natale. Una volta li aveva convinti tutti a organizzare uno di quei coretti da film americano che vagano per le strade il giorno della vigilia cantando canzoni natalizie. Era stata la cosa più divertente che fosse mai riuscita a convincerli a fare! Tuttavia quell'anno si erano rifiutati, e l'unico che aveva accettato di farla contenta era stato il suo Harry.
Il suo amato Harry che ancora le chiedeva che regalo volesse, come se quello che stava facendo per lei non fosse già abbastanza. 

Quella sera, Lei era sprofondata nel divano, avvolta in una coperta fin sotto il naso, calzini di lana nei piedi e una tazza di cioccolata fumante tra le mani. Era la terza da quando era tornata in casa, le aveva fatto notare sua madre mentre la preparava. "Ma è Natale mamma! Siamo tutti più buoni ...la cioccolata in particolare!" si era giustificata, facendo ridere la donna.
Suonò il campanello e suo padre le lanciò un'occhiata eloquente da sotto gli occhiali da vista, seduto sulla sua poltrona un grosso libro tra le mani. Lei affondò la testa sotto la coperta, fingendo di non esserci: stava così bene lì al calduccio, vicino al camino nel quale il fuoco scoppiettava allegramente!
"Lei..." la richiamò suo padre, aggrottando le sopracciglia.
La ragazza ridacchiò colpevole e si decise finalmente ad alzarsi. Si mise le ciabatte pelose e, posata la tazza sul tavolino del salotto, saltellò alla porta, incurante che la pesante coperta strisciasse per tutto il pavimento. Aprì, sorridente e scoppiò a ridere di gusto quando si trovò di fronte Harry con ancora indosso i vestiti da Santa Claus e due dita di neve sul cappellino rosso. Alla vista di Lei, il ragazzo si tolse la barba e fece per infilarla nell'ampia tasca dei pantaloni rossi. "Non c'è niente da ridere"
"Fidati, c'è tantissimo da ridere!" lo corresse lei. "Quella barba ti dona, dovresti tenerla!"
Harry fece una smorfia e gliela lanciò. "Prova a metterla tu" propose ridendo.
Lei non se lo fece ripetere due volte e obbedì, ridendo subito dopo assieme al suo ragazzo. 
"E' stato così tremendo?" gli domandò, chiedendosi se non fosse stato troppo chiedere ad Harry di fare Babbo Natale per i bambini in centro. Era stato un suo capriccio, in fondo, lui avrebbe avuto tutto il diritto di riderle in faccia.
...ma non l'aveva fatto. L'aveva presa sullo scherzo, ma non aveva riso di lei.
Lui sbuffò: quella ragazza doveva smetterla con le sue paranoie! "Non particolarmente. Sono venute un sacco di belle ragazze a sedersi sulle mie ginocchia, in effetti" la prese in giro, ridendo sotto i baffi.
Lei aprì la bocca, sorpresa e gelosamente esterrefatta. "Ah, è così?!" fece, il tono di voce più alto del solito di alcune ottave. I sensi di colpa che l'avevano momentaneamente colpita si erano dissolti come neve al sole.
"Non sarai gelosa, Lei?" la stuzzicò.
"Io non ci conterei" si intestardì lei. Si imbronciò e gli lanciò la barba bianca con stizza.
Il ragazzo scoppiò a ridere e lei lo spinse, fingendosi offesa. Tuttavia lui scivolò sui gradini e si aggrappò a lei per non cadere, finendo col trascinarla assieme a lui in mezzo alla neve. 
Dio benedica lo spazzaneve che ha ammucchiato qui la neve del vialetto!, pensò Lei.
Entrambi risero a lungo, spensierati, stesi una accanto all'altro nella neve.
"Scemo!" lo apostrofò Lei, rialzandosi dopo un po'. "Mi sono bagnata tutta!" 
"Capirai, io ho passato la giornata sotto la neve per colpa tua" brontolò lui, rimettendosi in piedi. In realtà stava ancora cercando di farla arrabbiare.
Lei lo guardò male. "Be', c'erano tutte quelle ragazze a scaldarti le ginocchia, no?"
Harry rise di cuore: aveva abboccato. "Oh, ma che me ne faccio? Io voglio la ragazza con la coperta, non una scalda-ginocchia" 
Lei lo guardò di sottecchi a lungo, pensierosa, prima di ricordarsi di avere la sua coperta di pile ancora stretta addosso e capire cosa il ragazzo avesse voluto dire con quelle parole. E allora arrossì violentemente e scoppiò a ridere, nascondendo il volto sotto lo spesso tessuto blu.
Lei sentì l'inconfondibile sensazione di essere abbracciata e si scoprì gli occhi per accertarsi di non essersi sbagliata. 
No, Harry era proprio lì, che la stringeva tra le sue braccia e la osservava sorridendo. "Stupida" la apostrofò.
Rapido, le spostò la coperta dal volto e le calcò il suo cappello da Santa Claus in testa.
Lei rise di nuovo. "Buon Natale, Harry" sussurrò, gettandogli le braccia e parte della coperta attorno al collo. 
"Buon Natale, Lei" rispose il ragazzo, dandole un bacio a fior di labbra.

29 dicembre 2010

Cows and jeans. 5

Ero sotto il getto tiepido dell'acqua calda, nella speranza di riuscire a rilassare le mie povera membra stanche. 
Pensando quelle parole mi resi conto di somigliare ad una vecchietta brontolona, ma dopo la giornata che avevo trascorso ne avevo tutto il diritto. Ero giunta alla conclusione che la mia permanenza a Sperdutolandia -da questo momento il nome ufficiale per quel luogo del caz- cavolo- sarebbe stata degna di quella dei dannati nell'Inferno di Dante Alighieri.
Come mai tutto questo pessimismo? Alla fine l'avevo conosciuto. Mio nonno, il vecchio Abraham -Abe- Fletcher. 
Poco dopo essermi messa a letto, mi ero rialzata. La tensione accumulata era troppa e non ero riuscita a chiudere occhio, per cui avevo deciso di mettermi a spolverare quella casa che sarebbe stata la mia per un bel po' di tempo. 
Mentre con uno straccio toglievo la polvere dai quadri nell'entrata , la porta si era spalancata e lui era entrato.
I nostri sguardi si erano incrociati e il cuore aveva iniziato a battermi fortissimo, terrorizzata da ciò che lui avrebbe potuto pensare di me. Non ero in grado di parlare; non avevo la minima idea di cosa dire, fare o pensare, così ero rimasta impalata sul posto. Avevo abbassato lo sguardo, spostato lentamente le mani dietro la schiena e avevo iniziato a dondolare sul posto, nel più completo imbarazzo. 
Abraham mi fissava, silenzioso. Sul suo volto si erano alternate diverse emozioni: prima sorpresa, poi confusione. Seguite da irritazione e rimprovero. 
"MCDONNEL" aveva rotto il silenzio all'improvviso con un grido che mi aveva fatto trasalire e alzare spaventata lo sguardo. "Quante volte ti ho detto di non portare le tue amichette in casa mia?!"
Quelle parole mi avevano colmata della più profonda delusione in un istante.
Non sapeva nemmeno che ero lì.
Dean si affacciò alle scale, dal piano di sopra mentre se la rideva sotto i baffi. "Ad essere sinceri, nemmeno una Abe" ribatté, divertito.
"Ed evidentemente ho fatto male" brontolò l'uomo spostando lo sguardo di rimprovero su di me.
A quel punto, rossa di indignazione, non ero riuscita a tenere a freno la lingua. "Io non sono un'amica di quel tizio" avevo precisato, frustrata. "Sono tua nipote!" avevo sputato con tutta la rabbia che mi stava salendo dentro, ma a voce non troppo alta.
"Oh" aveva borbottato, sgranando leggermente gli occhi. Dopodiché si era lasciato cogliere da un forte e palpabile imbarazzo che tuttavia non aveva fatto che aumentare la mia irritazione. Era rimasto lì impalato ad osservarmi, cercando più volte di dire qualcosa ma bloccandosi alla vista della mia rabbia.
Non avevo parole, sentivo solo una profonda delusione. In quel momento avrei pagato qualsiasi cifra per potermi voltare e tornare a casa mia, dove avrei dovuto sì sopportare i rimproveri di mia madre e George e gli insulti e le derisioni di Joshua, ma almeno ci sarebbe stato mio padre e ci sarebbe stata Emily, le uniche persone al mondo a cui importasse qualcosa di me.
"Vorrei andare a farmi una doccia" avevo detto, fredda, dopo aver respirato a fondo. Non potevo andarmene, tanto valeva evitare quei pensieri e adattarsi alla situazione. Come al solito.
Dean aveva ghignato, pregustando il sapore di ciò che Abraham stava per dirmi e la mia conseguente espressione.
L'uomo aveva annuito, mentre cercava di mascherare l'imbarazzo con una risoluta severità che probabilmente doveva contraddistinguerlo in normali circostanze. "Al massimo dieci minuti e l'acqua più fredda possibile"
A quel punto mi ero lasciata sfuggire un "Cosa!?". Cosa pensava potessi farmene di una doccia fredda, quel vecchio rimbambito?! E va bene, era estate, era Luglio! Ma io avevo passato tutta la mattina in viaggio su un lurido treno e ora ero in una casa polverosa e avevo i nervi così tesi che avrebbero potuto spezzarsi da un momento all'altro! 
"Regola numero uno: se vuoi rimanere qua, devi darti da fare. Regola numero due: devi guadagnarti con dei lavori extra ogni lusso che ti prendi. Numero tre: la colazione è alle sei, il pranzo alle dodici e la cena alle sette. Ritarda a tavola e salti il pasto. Numero quattro: ognuno sistema, riordina e pulisce ciò che usa."
Mi ero sforzata di non mandarlo a quel paese, e avevo annuito, la frustrazione alle stelle. "Posso fare una domanda?" avevo aggiunto, la voce traboccante sarcasmo.
"Regola numero cinque: si fa conversazione a tavola, per il resto si lavora. Chiaro?"
Sgranai gli occhi e mi lasciai sfuggire uno sbuffo di indignazione. Dov'ero finita, in un campus militare?! Avevo annuito, rendendomi conto dell'assurdità della situazione. Tuttavia la comicità velata di tutto ciò non era decisamente abbastanza per migliorare il mio umore. Anzi, lo stava facendo peggiorare: mi sentivo persino presa in giro dalla sorte. "Ottimo.C'è altro che dovrei sapere?" non avendo ottenuto risposta, avevo sbuffato. "Bene, ora metto io una regola. Pregherei che il biondino qui presente stesse lontano dal bagno per i prossimi dieci minuti. Credo sia il minimo."
Dean rise. "Ti concedo quindici minuti, principessina." aveva commentato, irrisorio. "poi verrò ad accoglierti!"
Lo avevo fulminato con lo sguardo, non ero decisamente in vena di certe cretinate, al contrario suo. 
"Non dire fesserie, McDonnel" era sbottato Abraham. "Ha ragione..." mi aveva guardato interrogativo, in attesa di un completamento per la frase.
Sentii il cuore cadere nel vuoto per andare ad infrangersi sul pavimento.
Non sapeva nemmeno il mio nome.
Avevo una voglia assurda di scoppiare a piangere e andarmene lontano da lì per non tornare mai più. Era il mio unico parente nel raggio di chilometri e chilometri, dannazione! Era mio nonno! E non sapeva nemmeno come mi chiamassi! 
Avevo stretto i pugni forte, fino a farmi sbiancarmi le nocche e cercando di rispedire le lacrime indietro avevo risposto "Pan" con astio. Avevo bisogno di Emily, subito. Sentivo un bisogno disumano di piangere e frignare come una bambina. Mi sentivo dannatamente stupida, perchè ci avevo anche sperato! Mi ero illusa! Avevo sperato di poter trovare un posto adatto a me, avevo sperato che a quel tizio fregasse qualcosa di me! Speravo di trovare qualcuno che potesse capirmi lì, ma evidentemente Lily era l'unica persona al mondo in grado di farlo.
Gli occhi mi bruciavano terribilmente e in gola avevo un groppo così grosso che faticavo a deglutire la saliva e a respirare.
"Pan. Ha ragione Pan. Vai a fare da mangiare, tu e non mettere piede al piano di sopra finché non ti avrà detto di essere presentabile. E tu sbrigati, fra poco più di mezz'ora si cena." aveva concluso, voltandosi per andare nel salotto.
Ed ora ero sotto il getto tiepido dell'acqua. Non avevo pianto una sola lacrima, mi ero sforzata di non farlo. La doccia stava risanando leggermente il mio umore sciogliendo la tensione e la rabbia, tuttavia la delusione era troppo forte per essere lavata via.
Sentivo un bisogno irrefrenabile di un abbraccio. Avevo bisogno di affetto. Mi avevano cacciata dal mio orribile mondo ed ero capitata in uno che era anche peggio, in cui non c'era assolutamente nessuno a cui importasse di me.
Il groppo in gola era ancora lì, deciso a rimanerci ancora a lungo. Io odiavo quella sensazione di oppressione che mi impediva di respirare bene e decisi che l'avrei ignorato finchè non se ne fosse andato. 
Dicono che se una cosa non uccide fortifica. Probabilmente anche quell'ennesima delusione che avevo ricevuto nel corso della mia vita mi avrebbe resa più forte una volta per tutte. 
Uscii dalla doccia e mi avvolsi nel mio vecchio accappatoio arancione. Non vedevo l'ora di poter andarmene a dormire. 
Guardai l'orologio nella mia camera e mi accorsi di aver fatto una doccia di quindici minuti. Non l'avevo fatto di proposito, ma decisi di prenderla come una rivincita principale. Mi vestii in fretta e scesi in cucina, i capelli ancora bagnati.
"Suppongo di non poter usare il phon" commentai acida, entrando nella stanza. 
Dean diede un'alzata di spalle. "Certo che puoi. Ma noi non ce l'abbiamo." 
Sospirai, esasperata. "E va bene" se la giornata aveva deciso di andare nel peggiore dei modi, le avrei lasciato avere il suo corso, remissiva. Era inutile cercare di combattere a quel punto della giornata, dopo un viaggio piuttosto lungo, degli incontri difficili, lavori domestici e troppe emozioni negative. Avrei semplicemente aspettato che il giorno volgesse al termine e me ne sarei andata a dormire nella speranza che la mattina seguente sarebbe iniziata leggermente meglio.
Decisi di aiutare Dean apparecchiando la tavola. Durante la mia esplorazione pomeridiana avevo scoperto dove stavano quasi tutte le cose, e grazie alla mia memoria fotografica niente male, ricordavo ancora dove stavano. Misi la tovaglia e iniziai a prendere le stoviglie da sistemare. "Mio nonno ha detto che ti chiami McDonnel, giusto?" chiesi, cercando di intavolare una conversazione civile.
Lui grugnì un 'sì' mentre rimestava con un mestolo dentro una pentola.
Quel cognome l'avevo già sentito quel giorno. Forse... "...per caso sei il fratello di- ?"
Lui sbuffò e si voltò a fulminarmi con lo sguardo, battendo un pugno sul mobile della cucina. "Sì, sono il fratello di Matthew" sbottò con rabbia.
trasalii, spaventata dal suo scatto d'ira. Che cavolo prendeva pure a lui? Era schizofrenico?! Ci mancava solo quella! Forse, ad ogni modo, dovevo essermi sbagliata. "E chi è? Pensavo fossi il fratello di Agatha. Mi sembra di ricordare che anche lei si chiami McDon-"
"Certo che è mia sorella, principessina. Quanti McDonnel vuoi che ci siano in paese?!" sbuffò, tornando a preparare la cena, senza abbandonare la rabbia.
"Come diavolo pensi che possa saperlo?!" scoppiai, portando via i piatti puliti. Li posai sulla tavola con rabbia, facendoli risuonare nel silenzio della stanza.
"Regola numero sei: chi rompe paga. Regola numero sette: chi trasgredisce alle regole salta un pasto a sua scelta." Abraham era comparso nella stanza e con aria severa mi rimproverò con lo sguardo per aver battuto le stoviglie sul tavolo. Doveva essere una caratteristica dei Fletcher organizzare secondo un elenco di punti la loro vita, notai con irritazione e una buona dose di ironia.  "Hai passato troppo tempo sotto la doccia" mi comunicò, fissandomi inespressivo.
'E CHI SE NE FREGA!' urlava la mia mente, mentre il groppo che avevo in gola si ingrandiva facendomi faticare ancor più a respirare. Era possibile che qualunque cosa facessi quella sera volgesse a mio sfavore? Persino cercare di far conversazione con Dean aveva portato alla sua furia! "Hai intenzione di farmi saltare la cena? Se ci tieni a saperlo ho già saltato il pranzo, quindi mi sono già punita" risposi con irriverenza, frustrata. 
"No, non ho intenzione di farlo. Non oggi. Devi ancora abituarti alle regole, quindi per oggi ti risparmierò la punizione."
Sospirai. Almeno quella era andata bene. "Finisci di apparecchiare, tra cinque minuti deve essere in tavola"
Che diavolo aveva nel cervello quel vecchio? Un orologio svizzero?! Era forse un parente del Bianconiglio, fissato con gli orari com'era?!
Finii di apparecchiare in silenzio, cercando di far sparire la mia tristezza, o quantomeno di arginarla. Non ci riuscii e quando finii di mangiare mi offrii di lavare io i piatti. Abraham aveva risposto con un "Regola numero quattro: ognuno..."
"Sì, sì, ognuno pulisce, riordina, sistema ciò che usa. Me lo ricordo. Cercavo solo di essere gentile" lo interruppi in un sussurro, mentre andavo al lavabo per lavare le mie stoviglia. 
Non appena finii lasciai il posto a Dean per lavare il suo piatto e decisi di andare a coricarmi il prima possibile. L'unica cosa che volevo era che quella giornata finisse. Ero stanca fisicamente, ma soprattutto psicologicamente.
Prima di andare a dormire dovevo fare una cosa, però. "Dovrei fare una telefonata" comunicai a mezza voce. Ero sicura che la mia rassegnazione mista a delusione fosse evidente sul mio volto. Non ero mai stata troppo brava a nascondere i miei sentimenti, ma non era mai stato un problema: a nessuno era mai importato molto di quelli. Eccezion fatta per Emily e papà. "Userei il cellulare, ma non c'è campo." O meglio, c'erano troppi campi, ma nessuno serviva alla linea telefonica.
Abraham annuì. "Domani mattina"
"Domani?"
"Non mi pare il momento adatto per andare in paese. E poi il bar sta per chiudere."
In paese? Questo significava che non c'era un telefono in quella casa!
La mia espressione scioccata fece sghignazzare Dean. Quel ragazzo si divertiva come un matto alle mie spalle, e senza preoccuparsi di non darlo a vedere, per giunta. "Va bene" cercai di darmi un contegno. "Quindi fino a domani mattina i miei non sapranno se sono viva, morta o dispersa, suppongo". 
Non che gliene importasse qualcosa, in fondo. Altrimenti non mi avrebbero spedita laggiù nelle mani di un uomo che non sapeva nemmeno il mio nome.
"Non credo sia un problema per loro aspettare fino a domani mattina"
"Già. In effetti lo credo anche io" brontolai, abbassando lo sguardo. Avrei voluto chiedere se avessi dovuto pagare la telefonata, ma era ovvio. Era un telefono pubblico, sicuramente, o comunque, essendo in un bar, supposi che il barista avrebbe dovuto traerne qualche profitto.
"Buona notte" borbottai, uscendo dalla sala.
Mio nonno mi rivolse un grugnito di saluto e Dean non rispose.
L'educazione non era il loro forte.
Nemmeno l'umanità doveva esserlo o avrebbero capito come diavolo potevo sentirmi in una situazione simile.
Chiusi la porta della mia camera e mi cambiai in fretta, poi mi raggomitolai sotto il lenzuolo che al momento di fare il letto avevo sperato il nonno avesse preparato per me. Molto probabilmente invece lo aveva solo dimenticato lì dopo averlo lavato. Sospirai e affondai il volto nel cuscino. Avevo bisogno di Emily, urgentemente. Ma avrei aspettato l'indomani.
Probabilmente avrei chiamato lei invece che mia madre, George o papà. Sarebbe stata la mia migliore amica a spiegar loro la situazione, tanto non mi avrebbero ascoltato. I primi due erano troppo presi dal rammaricarsi per come non ero e il secondo troppo deluso dal mio comportamento per potermi ascoltare. Magari le parole della buona e dolce Emily Gregor avrebbero invece fatto qualche effetto. Non sapevo esattamente quale effetto volevo avessero le parole di Lily sulla mia famiglia. Non sapevo cosa volevo. Volevo solo dormire in quel momento. I miei pensieri erano sconnessi e senza un filo logico. Erano i pensieri di una ragazza che non voleva piangere, voleva prendere in mano la sua vita e far vedere al mondo di che pasta era fatta, senza però che nemmeno lei lo sapesse.