04 settembre 2012

Soren Kierkegaard


La cicala grida un requiem trionfale
Urla la foglia mossa dal mare
Agosto ma tira un freddo infernale
Venti oscuri cominciano a soffiare
Passa corre urla fischia la macchina
cammino spaesato da più di un'ora
Ho sentito i venti oscuri cantare
''Rigettato, cos'aspetti a morire?''
D'un tratto i fuochi, nel buio, la luce
la fede, la croce, di colpo la luce
I venti oscuri cominciano a gridare
Il lampione indeciso si prende gioco di me
Il Signore ha troppo da fare
I venti oscuri continuano a suonare

20 luglio 2012

Ombre mosse


Marie è un gatto che s'accoccola
ma io la sposto col braccio
Marie mi manca ma ci gioco un po'


Marie è una gatta che mi bacia
e ormai non la scosto più
Marie bacia senza domani


Marie l'ho vista l'altro giorno
Baciava un altro e s'accoccolava
Marie ha baciato il negro
Marie bacia il negro senza domani


Ma l'invidia è un gatto che s'accoccola
e ormai non la scosto più
ormai la tengo vicina a me,
vicina al mio cuore di polvere

23 giugno 2012

Di donne e gelosia

Annalisa è fuori di sé dalla rabbia. Grida, gesticola e insulta Pablo come se non avesse atteso altro che quel momento per sfogare la propria delusione. Solo che lui non c'è e lei sta parlando con la sua amica Carolina e facendo un gran baccano.
I suoi strilli mi danno sui nervi.
Fischio per palesare il mio fastidio, ma Annalisa mi ignora. La sua amica mi lancia un'occhiata disgustata, che mi ricorda il perché io ritenga le donne tanto stupide: sempre a ritenersi superiori!
Per ripicca fischio di nuovo, più forte, con noncuranza.
Annalisa mi zittisce, stizzita, e continua a inveire a gran voce. È ridicolo che proprio lei cerchi di zittire me. Povero Pablo, che donna incoerente si ritrova.
Odio l'irritabilità delle ragazze, odio il modo in cui starnazzano e odio il fatto che, per quanto possa detestarle, non sarò mai in grado di portar rancore quanto loro.
Mi impettisco e volto loro le spalle, deciso a non prestar attenzione alle loro parole. Non mi meritano.
La pietra dello scandalo questa volta sono io. O meglio: anche questa volta. Annalisa non sopporta che Pablo preferisca me a lei. Viviamo insieme da mesi e lei non fa che lamentarsi. È già molto che lui non l'abbia ancora cacciata di casa: è rumorosa, irritabile e impegnativa; richiede un sacco di attenzioni e strilla quando non le ottiene. È totalmente irrazionale.
Mi annoio.
Fischietto tra me e me cercando qualcosa da fare, ma non c'è nulla di interessante.
Annalisa continua a strillare come una scimmia urlatrice.
Fischio forte per richiamarla al silenzio e lei per tutta risposta inizia ad insultarmi a denti stretti come solo lei sa fare. Crede forse di passare inosservata?
La fisso con odio mentre la sua amica ride. «Ti sta sfidando» osserva.
Lei sì che ha un ingegno fino e smisurato. Che invidia, vorrei anche io avere un acume sopraffino come quello femminile.
...piuttosto mi ingoio una penna.
Volto loro le spalle per la seconda volta.
Ho sete. Vado a bere, ma continuo a udire le loro voci acute e stonate. Se almeno sapessero cantare!
Torno a guardarle dalla mia postazione preferita. Fisso insistentemente Annalisa. Detesta quando lo faccio, dice che sono inquietante; Pablo invece ride ogni volta. È divertente, soprattutto perché poi Annalisa e Pablo litigano.
Prima o poi riuscirò a farle capire chi comanda.
«Smettila, uccellaccio del malaugurio!» singhiozza.
Scoppia a piangere rabbiosamente. Ha voglia di sprecare liquidi, vedo. «Lo vedi? Non ce la faccio più, quel pennuto mi farà impazzire?»
È davvero nelle mie facoltà? Meraviglioso, non avrei mai immaginato di poterci riuscire!
L'amica la abbraccia. «È proprio orribile, hai ragione» conferma.
Arruffo le penne, offeso. Sapessero quanto lo sono loro con tutti quei colori chimici che si mettono sulla faccia! Fischio più forte che posso e Annalisa lascia un cuscino contro la mia gabbia, spaventandomi da morire.
Violenta! Donna violenta e irrazionale!
«Smettila!» grida.
Mi lamento ad alta voce, strillo a più non posso. Non può permettersi di farmi una cosa del genere impunemente. Quando lo saprà Pablo la caccerà di casa. Violenta!
«Basta!»
«Vaai al diavoloo!» rispondo. Non ringrazierò mai abbastanza Pablo per avermi insegnato certe espressioni.
Annalisa ricomincia a piangere, stanca. Pensa forse di intenerirmi?
La sua amica mi guarda divertita. Sicuramente invidia il mio intelletto.
Annalisa dice che sono sporco. Almeno io non ho bisogno di spogliarmi per piacere a Pablo.
« ¡Diablo! » concludo in grande stile: conosco la lingua madre di Pablo. «Diablo» ripeto con voce gutturale.
Envidiame, chica: ¡soy un loro libre y Pablo me adora! He ganado, hermana.

Nota:
In spagnolo
loro = pappagallo,
ganar = vincere,
hermana = sorella.








30 maggio 2012

Father to daughter - I'm gonna tell you something


FATHER TO DAUGHTER
I’M GONNA TELL YOU SOMETHING
Giulia quel giorno si sentiva a pezzi. Se ne stava rannicchiata sul divano di casa sua facendo zapping avvolta nella coperta di lana (s)cucita da sua madre.
Francesco osservava la figlia dalla poltrona, dove sedeva col computer portatile sulle ginocchia. I capelli biondi della ragazza erano legati, arruffati ed elettrizzati, niente a che fare con la solita chioma ordinata e accuratamente acconciata; aveva le borse sotto gli occhi e un’espressione apatica che non le aveva visto in volto nemmeno quando aveva scoperto di essere stata bocciata. Era facile anche per uno che, come lui, di sentimenti non se ne intendeva capire che qualcosa non andava.
«Tutto bene, tesoro?»
Giulia sospirò e scosse il capo come unica risposta. Altro segno eloquente del cattivo umore della ragazza. Sua figlia aveva diciotto anni, era bella, bionda, spensierata e sempre sorridente. Non c’era nulla di più raro che vederla starsene impassibile e silenziosa a far nulla. Fin da bambina era stata iperattiva e da quando aveva imparato a parlare, farla star zitta era stato un bel problema.
Francesco prese un respiro profondo e osservò a lungo la figlia. «Vuoi parlarne?»
«A cosa servirebbe, papà?» brontolò Giulia, contrariata. Non ce l’aveva col padre, non se la sarebbe mai presa con lui. Con sua madre, piuttosto, ma aveva un debole per Francesco e gli avrebbe permesso e perdonato qualunque cosa. Lui, dal canto suo, si rapportava allo stesso modo con la figlia. Tra loro c’era un rapporto speciale, che Sophia un po’ invidiava – o meglio ammirava. 
L’uomo si strinse nelle spalle. «Giulia, non sono un esempio da seguire per tanti motivi, ma sono al mondo da ormai... be’, non diciamo quanti anni o il mio fascino ne verrebbe compromesso. Comunque, ho imparato a conoscere il mondo, credo di saperne abbastanza per darti qualche dritta. Anche qualcuna non molto ortodossa, se necessario. Che ne dici, facciamo due chiacchiere?»
La ragazza rise, incapace di rimanere impassibile di fronte all’inguaribile narcisismo del padre. Annuì, sentendosi già un po’ meglio, e prese un respiro profondo. «È per via di Giorgio. Ancora. Proprio non ne vuole sapere, papà. Non capisco cosa io abbia di sbagliato! Ho una montagna di difetti, lo so, ma do sempre il meglio di me quando c’è lui».
Fin da quando aveva sentito il nome del ragazzo in questione a Francesco si era congelato il sorriso incoraggiante sulle labbra. «Ancora lui, Giulia?»
Lei arrossì un po’, sotto lo sguardo esasperato del padre. Aveva una cotta per Giorgio Semi da anni e anni, non sapeva nemmeno dire da quanto tempo le piacesse. Eppure non c’era verso di farsi notare da lui, nonostante fosse il fratello della sua migliore amica. «Non posso farci niente, l’amore funziona così!»
Sì, Francesco riusciva a capire cosa volesse dire la figlia. Quando aveva incontrato Sophia all’università, aveva fatto presto ad innamorarsi di lei. Avrebbe fatto qualunque cosa, allora, per conquistarla e piacerle, e lo avrebbe volentieri sempre fatto. Da diciotto anni a quella parte, poi, aveva un motivo in più per amare sua moglie: si chiamava Giulia e aveva gli occhi di sua madre.
«Lo so, – Eppure non credeva che quello della ragazza per il giovanotto in questione fosse vero amore. – ma pensare di avere qualcosa di sbagliato è l’errore più grande che tu possa fare. Per quanto io stimi Steve, suo figlio deve essere proprio un imbecille se non ti trova attraente. Non che questo mi dispiaccia, intendiamoci, preferisco che nessuno scansafatiche ti faccia la corte».
«Per quanto riguarda Gio non c’è pericolo che accada...» sospirò la ragazza, sprofondando sempre più sul divano e nella propria tristezza.
Francesco non riuscì a trattenere una risata, guadagnandosi un’occhiataccia da parte della figlia. «Scusa, Giuly, ma mi sembra di vedere tua madre qualche anno fa».
«Che c’entra mamma?» chiese Giulia, sempre più spaesata. Suo padre non stava operando esattamente nel migliore dei modi, non faceva che dire sciocchezze quel giorno. Che non riuscisse più a comprenderla, improvvisamente? Si stava scoraggiando sempre più.
«La mamma era innamorata di me».
Giulia gli rivolse una seconda occhiataccia. «Non mi dire?»
Francesco rise di nuovo. Sentire il sarcasmo uscire dalle labbra di sua figlia, come scoprire che persino Rocco Agostini si era laureato, era uno di quegli eventi che lasciava allo stesso tempo spiazzati e sul punto di scoppiare in una grossa e grassa risata. Francesco, in entrambi i casi, si abbandonava al riso.
«Credi forse che io e tua madre siamo sempre stati fidanzati?» domandò retoricamente.
Giulia lo guardò confusa. «Be’, no, ovviamente. Non ci credo in certe cose: principe azzurro e il primo amore che dura per tutta la vita. Le brutte esperienze sono necessarie» rispose.
L’uomo si chiese per quale motivo, allora, Giulia si preoccupasse tanto. Sapeva come andavano le cose, sapeva che nella vita bisognava soffrire, eppure se ne stava seduta sul divano con l’aria distrutta e deprimente di uno zombie. Pensò, tuttavia, che fosse saggio non dire nulla in proposito e continuare con il discorso che aveva in mente.
«Voglio raccontarti una storia, Giuly. – proclamò con un sorriso indecifrabile. – Quando avevo la tua età ero un grandissimo stronzo».
Giulia sgranò gli occhi con incredulità: «Papà!» esclamò con aria sconvolta.
Francesco rise di gusto per la sorpresa della figlia. Era naturale che per lei lui fosse una sorta di eroe, un uomo meraviglioso e infallibile, ma la realtà non era esattamente quella. Era tuttavia lusingato dall’alta stima che Giulia nutriva nei suoi confronti. «Lo so, è incredibile, ma...»
La figlia scosse il capo. «No, non è questo. Insomma, è credibilissimo che tu sia stato uno stronzo, – puntualizzò, lasciando il padre con un palmo di naso. – ma hai detto una parolaccia!»
Questa volta fu Francesco a rimanrci di sasso. La guardò qualche istante senza capire, poi scoppiò nuovamente a ridere. «Oh, Giulia, sei spettacolare! – esclamò. – Ho smesso di usare certi termini quando sei nata, solo perché non volevo che tu li imparassi. Non sai che fatica è stato smettere, passavo più tempo a mordermi la lingua che a parlare. Davvero tu riesci a credere che io sia stato un cattivo ragazzo?» domandò poi, incapace di trattenersi.
La figlia si strinse nelle spalle, sistemandosi la coda di cavallo – cosa che fece ben sperare Francesco sul miglioramento del suo umore. «Sì. Cioè, sei biondo, bello e hai gli occhi azzurri. È un classico, no? Bello e stronzo. Tutte le ragazze adorano gli stronz-»
«Ora smetti di ripetere quella parola, però» la rimproverò Francesco, in parte infastidito dalla confessione dalla figlia e in parte dal continuo sentir ripetere quella parolaccia. Aveva passato mesi a mordersi la lingua e a inventarsi esclamazioni pittoresche con cui sostituire le imprecazioni, lo irritava vedere che la sua fatica fosse stata sprecata.
Giulia ridacchiò con aria colpevole e il padre riprese il racconto. «Dicevo? Ah, sì. Alla tua età ero un ragazzo ‘poco simpatico’, ecco. Tuo zio Alex mi odiava con tutto se stesso,  ancora più di oggi».
«Lo zio non ti odia! – puntualizzò la ragazza. Suo padre continuava ad insistere con quella storia, ma era una sciocchezza che si era inventato. – Se ti odiasse non ti avrebbe mai permesso di badare i gemelli, no?»
Francesco fece una smorfia, pensando che, al contrario, era proprio perché lo odiava che lo costringeva a tener d’occhio quelle insopportabili pesti che aveva per nipoti, tuttavia glissò sull’argomento. «Quando andavo al liceo, non portavo rispetto per nessuno, tantomeno per le persone che non conoscevo. Su una cosa ci hai visto giusto, Giulia: piacevo ad un sacco ragazze, ma a me non importava di nessuna, non seriamente. Un giorno sentii una ragazzina più piccola gridare qualcosa di evidentemente riferito a me. Non ricordo le parole esatte, ma so per certo che fecero tanto ridere Rocco».
«Ma d’altra parte ogni cosa lo fa ridere – commentò la figlia. – Era la mamma, vero?»
Francesco sorrise. «Esatto. Aveva detto che ero brutto, o qualcosa di simile. Ovviamente non si aspettava che io avessi sentito, ma di fatti era così. La incontrai da qualche parte il giorno seguente e poi ancora. Non mi aveva fatto una particolare impressione: era bassa, goffa e portava l’apparecchio ai denti. Insomma, niente di particolarmente interessante; a quel tempo in una ragazza guardavo solo le...  – si schiarì la voce, imbarazzato. – il fisico, insomma. Non avevo nemmeno notato quei meravigliosi occhi di cui mi sarei poi, anni dopo, innamorato. Sei davvero fortunata ad avere i suoi occhi, Giulia» le assicurò, non riuscendo a trattenere un sorriso innamorato.
La figlia solitamente si sarebbe esibita in una smorfia disgustata, ma non quel giorno. Soffriva per pene d’amore e sentire la voce di suo padre così piena di sentimento le fece sorgere spontaneo un sorriso. Avrebbe mai un uomo raccontato con tanta emozione a sua figlia di come aveva incontrato lei?
«Vai avanti» lo intimò.
Francesco non se lo fece ripetere due volte, ormai immerso nei ricordi. Sembravano passati secoli da allora, ma ancora si sentiva male quando pensava al suo comportamento. «Feci una scommessa con mio cugino. Gli avevo raccontato di averla udita starnazzare a proposito di quanto fossi normale e non avessi nulla di particolare. Mi sfidò a farla innamorare di me e poi piantarla... e io naturalmente lo feci».
Giulia rise. «Sembra un film! Poi, ovviamente, tu ti sei innamorato davvero e hai cercato di riconquistarla» indovinò.
L’uomo sospirò con un sorriso amaro. «Non esattamente. Io feci ciò che mi era stato detto e Sophia si prese una gran bella cotta per me. Poi io smisi di farmi vivo. La evitavo nei corridoi della scuola e cercavo di starle sempre alla larga per farle capire che era tutto finito. Lei evidentemente era un po’ tarda e continuava di chiedere di me a Steve e Rocco. Cavolo, li aveva catturati tutti con la sua personalità gentile e spontanea. Io ero l’unico idiota che non si era accorto di quanto fosse meravigliosa... Ad ogni modo, ad un certo punto capii di doverle dire le cose come stavano. Ci rimase malissimo. Rimasi in quella scuola per ancora un paio d’anni, poi mi bocciarono. Per tutto il tempo lei mi evitò come la peste, cercando di dimenticarsi della mia esistenza. Ma continuava a soffrire, tanto che riuscì a farmi sentire in colpa. Ecco perché, al momento della bocciatura, decisi di cambiare scuola: non volevo frequentare la sua stessa classe. Be’, quello e la totale assenza di una qualunque voglia di studiare» puntualizzò.
«Cosa che ho ereditato – ridacchiò Giulia. – Eri proprio stronzo, eh!» sbottò poi, oltraggiata dal comportamento del padre da giovane.
Francesco arrossì per la vergogna. Sì, lo era davvero stato. «Si sbaglia quando si è giovani. Eppure qualche anno dopo l’ho ritrovata e me ne sono innorato perdutamente. Avrei fatto qualunque cosa per lei. Non credevo che sarebbe riuscita a perdonarmi per ciò che le avevo fatto e invece lei non mi aveva mai portato rancore».
«Che stupida!» osservò Giulia sconcertata.
«Ehi, non insultare tua madre, bambina!» la rimproverò il padre divertito.
«Ma è una cosa stupida! – obiettò Giulia, ostinatamente. – Tu l’hai trattata malissimo, io ti avrei odiato a morte!»
Francesco si schiarì la gola, come a ricordare alla ragazza che stava sempre e comunque parlando di lui. «Sì, ma Sophia è fatta così. È una persona buona. Con questo non voglio dire che tu non lo sia, ovviamente, ma tua mamma lo è davvero molto. Esistono poche persone come lei».
«Scusa, ma non vedo il suo comportamento come qualcosa di positivo. Proprio non ci riesco. E tutto questo cosa c’entra con me e Giorgio?»
Francesco sbuffò, chiedendosi quando lei si sarebbe tolta quel tizio dalla testa. Tutto questo non c’entrava nulla con Giulia e il figlio di Steve, era un modo come un altro per distrarla e farle capire che «Non tutto è perduto solo perché ora va male, Giulia. – disse con estrema serietà. – La ruota gira: oggi va male, domani meglio, dopodomani ancora peggio di prima e fra un settimana tutto sarà perfetto. Si soffre, ma non bisogna mai arrendersi, bisogna sempre andare avanti e fare del proprio meglio. Non bisogna lasciarsi scoraggiare dalle avversità, sono proprio quelle a rendere rendere migliore la prospettiva della felicità. Capisci?»
La ragazza rimase in silenzio. Distolse lo sguardo da quello del padre e respirò a fondo. Rifletté sulle parole appena udite. «Quindi, magari, - azzardò la ragazza, alzando lentamente gli occhi per incontrare quelli di suo padre. – fra qualche anno Gio si accorgerà di me?»
Francesco sospirò.  «O magari troverai un altro ragazzo, uno migliore, uno che ti ami e ti faccia sentire importante. – tossicchiò. – Un ragazzo serio. Ehm, il più lontano possibile nel tempo, magari» specificò. Non aveva intenzione di vedere sua figlia in mano ad un ragazzo scapestrato solo per sostituire Giorgio; proprio come non voleva che qualcuno gli portasse via la sua bambina tanto presto. L’avrebbe protetta dal mondo il più a lungo possibile, perché, con quella conversazione se ne era reso conto più che mai, ne aveva davvero bisogno.
«Oh, non fare il geloso, papà!» trillò la ragazza, ridendo. Si alzò di slancio e corse ad abbracciare l’unico uomo che, ne era certa, sarebbe sempre stato lì per lei. «Ti voglio bene» gli disse, schioccandogli un bacio sulla guancia.
Francesco la abbracciò di rimando, sperando che non tutti i ragazzi fossero come lui, che non tutti avessero bisogno di far del male ad una ragazza prima di capire quanto fosse meravigliosa. «Te ne voglio anche io, bambina» rispose, sorridendo tra sé.